domenica 17 maggio 2020

Il misterioso volto di marmo


Quando si arriva a Piazza di Trevi il nostro sguardo viene irrimediabilmente catturato dall’imponente bellezza della fontana, la più grande di Roma nonché la più famosa del mondo. In pochi si guardano intorno ma all’osservatore più attento non sfuggirà, sul lato opposto della piccola piazza, la ricca facciata barocca della chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio. Oltre alle 18 colonne che valsero alla chiesa l’appellativo di “canneto”, una singolare particolarità è rappresentata del bel busto femminile al di sopra del portale. Non si tratta di un angelo e neppure di una santa, è davvero un caso unico per una chiesa di Roma. Chi è dunque questa donna che da secoli ci guarda dall’alto?
La grande iscrizione ci informa che la chiesa venne completamente riedificata per volere del celebre cardinale Giulio  Mazzarino, Primo Ministro di Francia.
Dalla figura del celebre committente nasce una suggestiva interpretazione: il sensuale busto femminile non sarebbe altro che il ritratto di una delle sue nipoti, Ortensia Mancini, una delle donne più belle e scandalose del Seicento.

Ortensia era la quarta delle cinque sorelle Mancini, figlia del barone Lorenzo Mancini e di Geronima Mazzarino, sorella del Cardinale Giulio, uno degli uomini più potenti di Francia.

Alla morte del marito Geronima pensò bene di trasferirsi a Parigi per sfruttare l’influenza del fratello e assicurare alle cinque figlie prestigiosi matrimoni. Le sorelle Mancini erano celebri per la loro bellezza e, insieme alle cugine Martinozzi, erano note a corte come le Mazarinettes.

La sua avventurosa vita fu da lei stessa raccontata in un’autobiografia: corteggiata giovanissima dai più nobili uomini d’Europa, fu notata dal re Luigi XIV ma il legame amoroso fu interrotto dal tempestivo intervento dello zio cardinale. Dopo aver rifiutato eccellenti proposte di matrimonio, per Ortensia fu scelto come marito Armand Charles de La Porte de La Meilleraye.
Fervente cattolico e  patologicamente geloso, costrinse la bella moglie a una vita di isolamento, lontana dalla tanto amata mondanità della corte francese. Nonostante il matrimonio infelice la coppia ebbe cinque figli ma, la notte del 13 giugno 1668, Ortensia riuscì a fuggire in Italia raggiungendo l’amata sorella Maria, principessa Colonna.

Libera da quell’infelice vincolo, iniziò una nuova vita di amori ed eccentricità: amava infatti indossare abiti maschili mostrando sfacciatamente la sua bisessualità. Fu l’amante del re Carlo II d’Inghilterra, del duca Carlo Emanuele II di Savoia, del principe Louis Grimaldi e di molte nobildonne inglesi.

In Italia però il suo eccentrico modo di vivere le creò seri problemi: venne cacciata infatti da palazzo Colonna per aver intrecciato un’intima relazione con il proprio scudiero. Venne quindi ospitata da sua zia, Laura Martinozzi, che le impose una vita più riservata ma il soggiorno terminò con un brusco litigio. Poiché il suo stile di vita screditava l’immagine dell’intera famiglia in tutta Europa, si decise di rinchiuderla in un monastero in Campo Marzio dal quale riuscì a uscire solo grazie all’appoggio del pontefice.

Dopo un breve soggiorno parigino, dove ebbe come amanti il conte di Marsan e suo fratello Philippe, ritornò nuovamente a Roma dove collaborò attivamente alla fuga di sua sorella Maria.

Venuta a conoscenza che il marito era sulle sue tracce e temendo di essere catturata, Ortensia trovò protezione in Savoia, grazie ai favori del duca Carlo Emanuele II. Fu durante questo tranquillo periodo della sua vita che Ortensia pubblicò le sue famose memorie. Il suo scopo fu quello di riaccreditare la propria immagine, non raccontando dei suoi amanti, ma mostrandosi al mondo come una donna ingenua costretta  al matrimonio per scopi politici.

Alla morte del duca iniziò una nuova vita per Ortensia: viaggiò per l’Europa arrivando infine a Londra alla corte del suo vecchio spasimante, il re Carlo II. La sua bellezza non passò certo inosservata, oltre ad essere l’amante del re intrecciò una relazione con Louis Grimaldi, principe di Monaco, e con il suo proprio nipote, Filippo, figlio della sorella Olimpia. Il loro amore fece scandalo e terminò tragicamente quando Filippo, geloso dei numerosi amanti della zia, sfidò a duello in barone Banier uccidendolo.

Dopo una vita di eccessi, amanti e gioco d’azzardo Ortensia si ammalò e, l’11 giugno 1699 la duchessa morì, secondo alcuni suicidandosi bevendo smodate quantità di forti alcolici.

Tutta questa vita racchiusa in un busto di marmo in una piazza di Roma, questa è la magia della nostra città.

giovedì 14 maggio 2020

Caravaggio e la Cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi


Quando Caravaggio arrivò a Roma intorno al 1592, era solo un giovane pittore in cerca di fortuna nella capitale della cristianità. Si avvicinava il giubileo del 1600 e tanti erano i cantieri aperti e le possibilità di lavoro. Tra i cantieri da portare a termine c’era anche la chiesa di San Luigi dei Francesi. 

Nonostante fosse stata consacrata nel 1589, non tutti i proprietari avevano terminato le loro cappelle come nel caso del cardinale francese Mathieu Cointrel.
Cointrel, italianizzato come Matteo Contarelli, era stato un grande mecenate; aveva finanziato la costruzione della stessa chiesa e comprato una cappella per sé stesso. Tanti erano però i dubbi sulla provenienza della sua ricchezza, viste le origini umili della sua famiglia. Quando Contarelli morì nel 1585, papa Sisto V fece aprire un’inchiesta e scoprì che il cardinale, a capo della Dataria apostolica, aveva utilizzato in maniera piuttosto disinvolta il denaro che gestiva. Fu un vero e proprio scandalo, messo a tacere due mesi dopo dal papa stesso che, probabilmente, non volle inimicarsi ulteriormente l’ambasciatore francese.
Contarelli aveva lasciato, nel testamento, indicazioni ben precise sulla decorazione della cappella e sull’uso del suo denaro, ma gli esecutori testamentari e il pittore Giuseppe Cesari (subentrato a Girolamo Muziano nel 1591) sembravano presi da altri interessi e il lavoro languiva. 
Si arrivò al 1599 e nella cappella c’erano ancora le impalcature e le pareti vuote, così i prelati francesi iniziarono a premere per avere la chiesa completa per il Giubileo dell’anno successivo. Cesari era troppo occupato con il lavoro nella Basilica di San Pietro, perciò si cercò un altro artista in grado di completare le decorazioni mancanti in poco tempo. 

Il cardinale Francesco Maria del Monte, potente ambasciatore del Granducato di Toscana, residente nel vicino palazzo Madama e amico di Virgilio Crescenzi, l’erede di Contarelli, propose il suo protetto, Michelangelo Merisi da Caravaggio


Fu un’occasione da non perdere. Caravaggio si mise subito al lavoro, aveva a disposizione meno di cinque mesi per realizzare due dipinti!
In più, per la prima volta si trovò a dipingere tele di grandi dimensioni e le difficoltà non mancarono. Le indagini radiografiche sulla prima tela dipinta, Il Martirio di San Matteo, hanno mostrato almeno tre ripensamenti della composizione. Nella prima versione, più classica e legata al manierismo, sul fondo c’era il prospetto di un tempio e il soldato era in primo piano quasi a coprire la figura del Santo nel momento dell’uccisione. Nella seconda, i gesti dei personaggi erano più netti e forti. La terza versione è quella che vediamo e che nasconde le altre. Di Caravaggio infatti non si conoscono disegni, lavorava direttamente sulla tela: sulla preparazione tracciava dei segni con la parte dura del pennello per definire le posizioni dei personaggi e quindi li dipingeva, partendo da una base chiara che man mano scuriva. Un metodo sicuramente unico e rivoluzionario per l’epoca!


Secondo la tradizione, San Matteo venne martirizzato mentre diceva messa, così Caravaggio lascia sul fondo l’altare, lo veste con i paramenti liturgici e lo sdraia sul bordo di una fonte battesimale, mentre alza il braccio destro per raggiungere la palma che gli viene concessa dall’angelo che per lui si “affaccia” dai cieli, sporgendosi da una corposa nuvola. Il gesto di San Matteo è bloccato dal suo aguzzino coperto solo con un panno sulle parti intime, così come i suoi aiutanti dai corpi ben torniti, per i quali Caravaggio guardò al Michelangelo della volta della Cappella Sistina. Intorno si dispiegano altri personaggi, fedeli presenti alla celebrazione, ma solo un ragazzo fugge spaventato; tutti gli altri assistono all’evento con i loro bei abiti, precisamente dipinti. L’uso di rendere contemporanee scene antiche con l’espediente degli abiti moderni, era molto diffuso e serviva a rendere le immagini più comprensibili ai fedeli che riuscivano a immedesimarsi meglio nel dolore vissuto dai martiri. Ma bisognava fare attenzione. Al tempo della Controriforma, anche l’abbigliamento era soggetto a regole severe, aveva un significato, come l’appartenenza a una precisa fazione politica (tendenzialmente francese o spagnola), perciò Caravaggio dovette pensare che era meglio vestire gli aguzzini “all’antica”.
Sul fondo, il volto di un giovane emerge dal buio e ci guarda dritto negli occhi: è l’autoritratto dell’artista che ci richiama alla nostra responsabilità, ad osservare la tragica morte/esempio di un martire. 



Il secondo dipinto è La Vocazione di San Matteo. In una stanza anonima un gruppo di uomini siede intorno a un tavolo, intenti a contare le monete raccolte durante la giornata da esattori delle tasse. Un giovane e un anziano siedono a sinistra e continuano nella loro occupazione, mentre gli altri sono stati distratti dall’ingresso di due “estranei”. A destra, entrano in scena San Pietro e Gesù, abbigliati come due pellegrini, che rivolgono la loro attenzione all’uomo con la lunga barba, indicandolo. Quel gesto viene ripetuto dallo stesso Matteo che lo rivolge verso se stesso: non è un gesto qualsiasi, ma si tratta di un altro omaggio a Michelangelo e alla famosa scena della Creazione dell’Uomo, con la mano di Adamo che cerca di avvicinarsi a Dio. Anche in questo caso è nascosto un ripensamento: San Pietro è stato dipinto in un secondo momento per coprire la figura di Gesù, così da rendere l’immagine meno immediata e costringere lo spettatore ad addentrarsi nel dipinto, ad osservare bene sguardi e movimenti per comprendere appieno i vari ruoli.
Accanto a Matteo un giovane guarda strafottente i due “estranei”: ha il volto di Mario Minniti, un artista amico di Caravaggio e più volte usato come modello. Il giovane che siede di fronte, invece, si volta di scatto spaventato, con la mano sinistra pronta a sguainare la spada per difendere l’incasso della giornata. Sembra una scena di genere piuttosto che un dipinto sacro! Una di quelle scene che spesso finivano in rissa nelle locande frequentate dall’artista. 
Caravaggio aveva un carattere ombroso e iracondo, andava in giro armato, era sempre pronto a difendersi o a colpire in caso di qualche sgarbo, come testimoniano i verbali di polizia degli anni del soggiorno romano.


L’ultima opera della Cappella Contarelli, venne commissionata solo nel 1602. Secondo le volontà del cardinale, sull’altare fu inizialmente collocata una statua di San Matteo realizzata dallo scultore fiammingo Jacob Cobaert. Nel 1602 la scultura era ancora incompleta, priva dell’angelo (fu aggiunto in seguito da Pompeo Ferrucci). Il Crescenzi decise allora di modificare il progetto. La statua fu portata nella chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini e chiese a Caravaggio di realizzare una tela. 
Quando il San Matteo con l’Angelo venne collocato al suo posto, sull’altare della Cappella, la congregazione di San Luigi gridò allo scandalo: San Matteo sedeva con le gambe accavallate mostrando in primo piano il piede nudo e sporco, con l’angelo che gli teneva la mano indirizzandolo nella scrittura del Vangelo. L’immagine fu considerata troppo cruda e umile; l’Evangelista era troppo simile a un rozzo pellegrino analfabeta. Così Caravaggio fu costretto a realizzare una seconda versione in cui il Santo ha l’aspetto di un filosofo e si volta verso il bellissimo Angelo, ancora in volo, che gli detta le Scritture gesticolando, secondo i modi dell’ars retorica. San Matteo è in piedi ma poggia il ginocchio su uno sgabello in bilico sul bordo del dipinto, dando un tocco di spontaneità. Questo secondo dipinto fu ben accolto, mentre l’altro fu venduto e finì nella collezione del marchese Vincenzo Giustiniani, dirimpettaio del Del Monte. Nel 1815, gli eredi vendettero l’opera al Kaiser Museum di Berlino, dove finì perduto per sempre a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.


















C’è una caratteristica che accomuna queste opere ed è l’uso della luce. Caravaggio studiò l’illuminazione reale della cappella, che avviene per mezzo di una grande finestra sulla parete dell’altare. Risulta comunque poco illuminata a causa dell’incombenza dell’imponente Palazzo Madama all’esterno. Il pittore considerò questo dettaglio e fece in modo che la luce nei suoi dipinti provenisse da quella finestra, come fosse un raggio divino. Una luce protagonista, significativa, calda e avvolgente, che colpisce i dettagli più importanti, come il gesto dell’aguzzino nel Martirio e i volti e le mani dei Santi nella Vocazione, lasciando il resto nella penombra. Fu questa la grande rivoluzione dell’artista milanese: sfondi neutri e forti contrasti luminosi che drammatizzano la scena e consentono di concentrare l’attenzione su pochi elementi descritti realisticamente. 

La Cappella Contarelli fu la rampa di lancio della carriera di Caravaggio. Da quel momento la pittura non fu più la stessa e lui divenne uno dei pittori più richiesti e più imitati della sua epoca.

sabato 2 maggio 2020

Le Statue Parlanti di Roma


Uno dei caratteri distintivi del popolo di Roma è da sempre quello di avere la battuta pronta, in modo simpatico ma anche spiccatamente critico nei confronti del potere centrale.

Avete mai sentito parlare di Pasquino e Marforio? Oppure della celebre Madama Lucrezia di piazza Venezia? Ecco a voi la “Congrega degli arguti”! Oltre ai suddetti ci sono il Babuino e i poco conosciuti Abate Luigi e Facchino.

La storia di queste statue “parlanti” inizia intorno al ‘400, quando già da secoli le classi dominanti, in primis il papa, imponevano con arroganza e corruzione leggi troppo spesso fatte ad hoc per i propri interessi.

Come fare a denunciare questi soprusi senza incorrere nelle ire del potente di turno? Affiggere cartelli satirici rigorosamente anonimi sulle statue poste in punti strategici della città, in modo da poter essere letti da più persone prima di essere rimossi dalle autorità! Ecco così che si forma la cosiddetta Congrega degli Arguti, che vedeva spesso dialogare, con divertenti botta e risposta, Pasquino e Marforio. In piena epoca napoleonica apparve una delle più famose pasquinate di sempre, che vide protagoniste le due statue appena citate: a Pasqui ma è vero che sti francesi so tutti ladri? No Marfò, tutti no, ma Bona-Parte!

Ma chi sono i protagonisti di questa Congrega? Iniziamo a scoprire la figura di Pasquino, l’unico dei sei che ancora “parla” con continuità.


Ritrovata all’inizio del ‘500 durante gli scavi per la pavimentazione stradale e la ristrutturazione di Palazzo Orsini (oggi palazzo Braschi, sede del Museo di Roma), la statua quasi sicuramente faceva parte della spettacolare decorazione dello stadio di Domiziano, oggi coperto da piazza Navona. Per volere di Oliviero Carafa, che si sarebbe stabilito in palazzo Orsini, la statua, seppur in cattivo stato di conservazione, fu sistemata nell’angolo dove ancora si trova oggi.

Grazie alla sua posizione la statua iniziò in breve tempo a “parlare”: nottetempo le venivano appesi al collo fogli con versi satirici volti a colpire i potenti, prontamente rimossi al mattino, quando ormai erano già di dominio pubblico. Ma perché la statua fu chiamata Pasquino? Ci sono varie ipotesi. La prima è che sia stata ritrovata nei pressi di un barbiere chiamato, appunto, Pasquino; secondo altri il nome deriverebbe dallo sfottò di alcuni alunni nei confronti del loro maestro, reo di essere incredibilmente somigliante alla statua; potrebbe anche essere il nome di un oste. Poco importa, l’importante è che da quel momento in poi la vita di Roma e dei suoi potenti fu scandita dalle pasquinate, temute dai personaggi più in vista e adorate dal popolino.

Anche il celebre Trilussa dedicò a Pasquino un sonetto:

«Povero mutilato dar Destino, come te sei ridotto!»
diceva un Cane che passava sotto ar torso de Pasquino

«Te n’hanno date de sassate in faccia!
Hai perso l’occhi, er naso… E che te resta? un avanzo de testa su un corpo senza gambe e senza braccia! Nun te se vede che la bocca sola con una smorfia quasi strafottente…»

Pasquino barbottò: 

«Segno evidente che nun ha detto l’urtima parola»

(Trilussa)

Della congrega fa parte anche il poco conosciuto Abate Luigi di piazza Vidoni, accanto alla chiesa di Sant’Andrea della Valle. La statua, che rappresenta un magistrato, è di epoca tardo-romana e fu rinvenuta in loco, nelle fondazioni di Palazzo Vidoni (area del teatro di Pompeo). Il suo nome deriverebbe dalla somiglianza tra il magistrato e il sagrestano della vicina chiesa del Sudario.


L’epigrafe alla base della statua ci ricorda il suo essere stata parlante:

FUI DELL'ANTICA ROMA UN CITTADINO
ORA ABATE LUIGI OGNUN MI CHIAMA
CONQUISTAI CON MARFORIO E CON PASQUINO
NELLE SATIRE URBANE ETERNA FAMA
EBBI OFFESE, DISGRAZIE E SEPOLTURA
MA QUI VITA NOVELLA E ALFIN SICURA

Vita sicura non troppo, visto che è stato più volte..decapitato! L’Abate parlò l’ultima volta nel 1966, in occasione di una delle decapitazioni:

O tu che m'arubbasti la capoccia
vedi d'ariportalla immantinente
sinnò, vòi véde? come fusse gnente
me manneno ar Governo. E ciò me scoccia.


La più giovane delle statue parlanti, e anche la meno nota, è il Facchino, piccola fontana murata in via Lata. Si trovà lì dal 1874, prima era posizionata sulla facciata principale di Palazzo De Carolis Simonetti in via del Corso (attuale palazzo del Banco di Roma).


La fontana rappresenta una figura maschile mentre versa acqua da una botte. Vista l’ottima fattura, è stata addirittura attribuita al celebre Michelangelo ma in realtà venne realizzata da Jacopino del Conte, nel 1580 circa, per la corporazione degli Acquaroli. L’acquarolo prendeva l’acqua dalle fontane e la rivendeva porta a porta, era quindi una figura fondamentale a Roma prima che i papi rimettessero in funzione gli antichi acquedotti (fine ‘500).

Un’epigrafe presente nell’originaria collocazione dedicava la fontana a un celebre facchino della città, tal Abbondio Rizio:

Ad Abbondio Rizio, coronato [facchino] sul pubblico selciato, valentissimo nel legar fardelli. Portò quanto peso volle, visse quanto poté; ma un giorno, portando un barile di vino in spalla e dentro il corpo, contro la sua volontà morì.”

Via del Babuino deve il suo nome a un’altra famosa statua parlante, il Babuino appunto, oggi addossato alla chiesa di Sant’Attanasio dei Greci. Poco si sa di questo Sileno disteso, che però colpì talmente l’immaginario dei romani da rinominare la via Paolina in via del Babuino, a causa della bruttezza del volto della statua!


Nel 1571 papa Pio V concesse l'utilizzo di alcune once d'acqua del nuovo acquedotto Vergine, appena ripristinato, al palazzo del nobile Alessandro Grandi, su quella che all'epoca si chiamava via Paolina, il quale fece realizzare, in onore del Pontefice, una fontana ad uso pubblico, ponendo la statua ad ornamento della vasca quadrangolare, addossata alla facciata del palazzo. Successivamente il palazzo divenne proprietà dei Boncompagni e nel corso dell’800, a causa dei lavori per la costruzione della rete fognaria, la fontana venne smembrata. La vasca fu riutilizzata per un’altra fontana in via Flaminia, il Sileno venne riposto all’interno del palazzo (divenuto Boncompagni Cerasi). Solo nel 1957 a seguito di una campagna di recupero portata avanti da alcuni cittadini romani, il Sileno è tornato nella via che dalla statua aveva preso il nome, e si trova ora a fianco della chiesa di Sant’Attanasio dei Greci.


Marforio è lo strano nome della statua parlante più loquace dopo Pasquino. Situata nei Musei Capitolini, molte sono le ipotesi sul significato del suo nome. La statua, probabilmente una divinità fluviale, fu rinvenuta nel Foro di Augusto, zona denominata Martis Forum nel medioevo per la presenza dell’antico tempio di Marte Ultore. Marforio sarebbe, quindi, una deformazione del nome latino del luogo.

Un’altra ipotesi fa derivare il nome dalla famiglia Marfoli o Marfuoli, che aveva possedimenti presso il Carcere Mamertino. Celebri sono i dialoghi con Pasquino, come già ricordato.

C’è anche una donna all’interno della Congrega degli Arguti, l’imponente Madama Lucrezia, accanto alla Basilica di San Marco in piazza Venezia. La Madama è un busto di epoca romana, alto circa 3 metri dall’identità incerta. Il nodo che ha sulla veste, ci consente di identificarla con la dea Iside o una sacerdotessa del culto isiaco.


Ma perché Madama Lucrezia? Secondo la tradizione il busto sarebbe stato donato a Lucrezia d’Alagno, l’amante del re di Napoli Alfonso V d’Aragona. Alla morte di quest’ultimo Lucrezia sarebbe scappata a Roma e si sarebbe stabilità in una casa nei pressi della sistemazione odierna della statua. Una simpatica tradizione è legata a questa statua: alla Madama tutti dovevano portare rispetto, quindi chi le passava davanti doveva inchinarsi e togliersi il cappello per avere una giornata propizia. I monelli del rione facevano a gara per far rispettare questa usanza... i cappelli venivano tolti con precisi colpi di fionda, mentre gli inchini erano assicurati da monete lasciate a terra ma legate a fili che ne consentivano l’immediato recupero!

Cosa rimane oggi delle Congrega? Tante pasquinate, tanta storia e simpatiche tradizioni, non dimenticando che con i social ognuno di noi può, nel suo piccolo, diventare Pasquino!

lunedì 27 aprile 2020

Ingegneria antica: il Parco degli Acquedotti

Tra i numerosi parchi di Roma, uno è sicuramente unico al mondo. E’ il Parco degli Acquedotti: si trova nel quartiere Appio Claudio, a pochi passi da via Tuscolana, dove si apre un’area di campagna vasta 240 ettari, attraversata da sei degli undici acquedotti costruiti in antichità!


Roma veniva definita la “Regina Aquarum”...la popolazione aveva a disposizione circa 1.000 litri di acqua al giorno per ciascun cittadino. Una quantità enorme, dovuta alla grande abilità costruttiva ed ingegneristica dei romani che li portò a inventare un incredibile sistema. Il primo passo consisteva nell’individuare la sorgente che veniva scelta per la posizione, la temperatura e il sapore dell’acqua. Quindi le acque venivano convogliate in bacini e si iniziava a scavare il tunnel sotterraneo, spesso tortuoso per aggirare le montagne, e con una minima ma costante pendenza. La galleria diventava lo specus, cioè la conduttura, le cui pareti interne erano rivestite di cocciopesto e intonaco per rendere lisce le pareti e permettere all’acqua di scorrere più velocemente assorbendo meno impurità possibili. Per ovviare al differente livello del terreno durante il percorso, soprattutto nei pressi della città dove è decisamente più basso della sorgente, lo specus veniva fatto fuoriuscire dal terreno, sorretto dalle imponenti arcate che garantivano la necessaria pendenza dell’acqua e che rendono queste opere ancora oggi famose in tutto il mondo. 


Proprio all’interno del Parco degli Acquedotti si può vedere affiorare lo specus dalla campagna e innalzarsi sino a quasi trenta metri (nel punto più alto) per consentire all’acqua di arrivare in città con la sola forza acquisita nel suo scorrere naturale. 

Utilizzando l’ingresso al parco all’incrocio tra via Lemonia e via Tito Labieno, il primo acquedotto che si incontra è l’Acqua Marcia (144 - 140 a. C.): blocchi di peperino e tufo giallo e rosso che compongono basse arcate su cui poggia lo specus. Da questo punto, l’acqua percorreva gli ultimi 9km del suo viaggio (lungo ben 91km e iniziato dalle sorgenti del fiume Aniene a Marano Equo) su archi a vista di cui restano poche tracce a causa delle distruzioni cinquecentesche. Costruire acquedotti richiedeva una grande spesa, per questo i romani tendevano a far passare più condutture sullo stesso percorso. Sui blocchi di pietra dell’Acqua Marcia infatti si vedono file di mattoni corrispondenti ad altri due acquedotti: l’Acqua Tepula (125 a. C.) e l’Acqua Julia (33 a. C.) provenienti entrambi da sorgenti sul Monte Tuscolo, con percorso parallelo sino alle piscine limarie della zona di Capannelle e poi sovrapposti per sfruttare le arcate dell’Acqua Marcia. Più avanti, nel parco, si conserva anche una cisterna, che era alimentata da questo acquedotto, ad uso privato della vicina Villa delle Vignacce di Quinto Servilio Pudente (II secolo d. C.).


Delle scalette consentono di scavalcare l’acquedotto e, da qui, spiccano gli imponenti resti di un’altra opera, l’Acquedotto Claudio.


Con l’avvento dell’Impero, l’acqua divenne fondamentale per abbellire e rinfrescare le ricche dimore aristocratiche. Ne servì sempre di più e con Ottaviano Augusto vennero costruiti ben tre acquedotti (Julia, Vergine e Alsietina) e fu lo stesso imperatore ad affidare al suo braccio destro Marco Agrippa il ruolo di curator aquarum, magistrato responsabile dell’apparato idrico cittadino. Dopo di lui fu il discusso Caligola a iniziare la costruzione di altri due acquedotti, conclusi dal successore Claudio nel 52 d. C.. Le imponenti arcate del Parco sono proprio quelle dell’Acqua Claudia, a cui si sovrappone lo specus dell’Anio Novus la cui acqua passava a circa un metro sopra il precedente. 


L’Anio Novus veniva detto così per distinguerlo da un più antico acquedotto, l’Anio Vetus (272 - 269 a. C.), il cui percorso era totalmente sotterraneo e le cui tracce sono state individuate sotto via Lemonia. L’acqua veniva presa dal fiume Aniene, ma ad altezze diverse. Solo nella zona di Capannelle i due specus dell’Acqua Claudia e dell’Anio Novus si sovrapponevano percorrendo quasi 14km sugli archi, sino all’Esquilino, a Porta Maggiore
Se vi capita di passare con calma nei pressi di quello che oggi è diventato uno snodo del traffico romano, potrete notare le due condutture che corrono proprio sopra gli archi della Porta. Questo era il punto da cui i nostri acquedotti entravano in città. A ben vedere, poco oltre si notano altri archi, quelli dell’Acqua Marcia con gli specus della Tepula e della Julia. Da qui l’acqua procedeva verso il resto della città, raggiungendo gli altri colli, come il Viminale o il Palatino, destinata alle residenze imperiali e aristocratiche, ma anche alle numerose fontane pubbliche.

Nel corso dei secoli queste opere dell’ingegneria romana sono andate in gran parte perdute a causa della mancanza di manutenzione ma soprattutto delle distruzioni ad opera dei barbari e dei papi. Nel 539 i Goti di Vitige, giunti alle porte di Roma, crearono il loro accampamento, noto come Campo barbarico, nel triangolo di terra definito dai due incroci dell’Acqua Claudia e della Marcia. Per costringere la popolazione alla resa decisero di privarla proprio dell’acqua tagliando i due acquedotti. Da quel momento iniziò la decadenza delle strutture. L’Aqua Claudia fu restaurata nel medioevo ma la portata d’acqua ormai non era più quella di epoca imperiale. L’Aqua Marcia invece subì un destino ancora più crudele: nella fine del cinquecento papa Sisto V fece costruire un acquedotto facendolo passare sullo stesso percorso di quello antico. L’acqua però arrivava ad un livello inferiore e il papa non ebbe nessuna remora a far distruggere quelle “inutili anticaglie” per recuperare materiali e far spazio alla sua Acqua Felice.

Passeggiando nel parco, noterete una sorta di fiumiciattolo che scorre in un fosso artificiale. In realtà questo era un acquedotto a cielo aperto, l’Acqua Marana o Mariana, realizzato per volere di papa Callisto II nel 1122 per aiutare i contadini ad irrigare i campi. L’acqua attraversava la città per sfociare nel Tevere, alimentando anche il mulino della Torre della Moletta all’interno del Circo Massimo. Curiosità: il termine “marrana” con cui si indicano piccoli corsi d’acqua deriva proprio da questo acquedotto. 


Il corso attuale non è più quello originale. Dal 1957 l’acqua è stata fatta confluire nel fiume Almone che attraversa il Parco della Caffarella e, a seguito di interventi voluti dall’Ente Parco Regionale dell’Appia Antica, dal 2011 il suo percorso è stato deviato ulteriormente. Gli scavi nel fossato hanno portato alla luce i basoli dell’antica via Latina, arricchendo il Parco degli Acquedotti di un altro tassello della storia di Roma.

lunedì 23 marzo 2020

Le strade di Roma: Via Giulia

Sulla riva sinistra del Tevere papa Giulio II volle l’apertura di una strada che mettesse in comunicazione il Vaticano con uno dei quartieri più popolosi della città, in cui aveva deciso di creare un nuovo “polo” amministrativo. Un’area già caratterizzata dal palazzo della Cancelleria e dal nuovo Palazzo della Zecca, e che avrebbe dovuto ospitare anche un nuovo palazzo del Tribunale, creando così una zona sotto il controllo dello Stato e dal forte richiamo per gli affari delle famiglie romane e non.
L’ambizioso progetto fu affidato da Giulio II al suo architetto di fiducia, l’urbinate Donato Bramante. I lavori iniziarono nel 1508 e andarono avanti sino alla morte del pontefice, al quale fu dedicata con il nome di “Julia”, cioè Via Giulia. Purtroppo l’idea grandiosa del papa si mostrò difficile da essere realizzata, visti i contemporanei cantieri della Basilica di San Pietro e della Cappella Sistina che richiesero grandi spese, e a causa della morte dei due protagonisti. Bramante riuscì solo a tracciare la via e ad iniziare la costruzione della Curia, rimasta al livello delle fondamenta. Ancora oggi, dell’opera mai conclusa, restano delle tracce ben visibili e note come i Sofà di Via Giulia: blocchi di pietra piuttosto sporgenti utilizzati come panchine che deliziano la vista e il riposo di chi attraversa questa prestigiosa via.



Via Giulia è una strada lunga ben 1km e attraversa due rioni, Ponte e Regola! Non divenne mai un polo amministrativo ma tanti artisti e famiglie decisero di acquistare terreni per la costruzione dei loro palazzi gentilizi. Soprattutto divenne sede delle comunità toscane della città, fiorentini e senesi che svolgevano i loro affari proprio qui e nella vicina via dei Banchi Nuovi. 




Partendo da piazza dell’Oro, su cui si affaccia la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, si incontra un palazzo quattrocentesco noto come la Casa dei Fiorentini. Fu il papa a regalarlo alla Confraternita dei Fiorentini. Durante il suo soggiorno romano anche Leonardo Da Vinci decise di iscriversi alla Confraternita in modo da avere assicurata sepoltura e funerale in caso di morte, ma presto ne venne allontanato: non pagò regolarmente la tassa di iscrizione!
Procedendo, attira l’attenzione la facciata al n.85, dove compare la scritta ottocentesca “Possedeva Raf. Sanzio nel MDXX”. Generalmente si definisce come la Casa di Raffaello, ma in realtà il celebre pittore non vi ha mai abitato: possedeva in zona solo dei terreni, tra cui quello su cui questo palazzetto fu costruito, dopo la sua morte.    
Anche altri artisti costruirono lungo via Giulia le loro residenze, come Antonio da Sangallo il Giovane, proprietario dell'attuale Palazzo Sacchetti e lo scultore Guglielmo Della Porta che abitava al n. 163 (attuale Palazzo Cisterna). Francesco Borromini concluse la sua vita irrequieta suicidandosi nella casa di vicolo Orbitelli, nel 1667. L'orafo Benvenuto Cellini, invece, aveva la sua bottega nel vicino vicolo che da lui prenderà il nome nel XVI secolo. Sino ad allora vicolo Cellini era noto come vicolo Calabraghe, cioè "calar le braghe" a causa delle cortigiane che qui abitavano e lavoravano a costi bassi di giorno e di notte. 


Nel Seicento papa Innocenzo X decise la costruzione delle Carceri nuove in sostituzione di Corte Savella e delle carceri di Tor di Nona e Borgo. Il monopolio del sistema penale era da sempre in mano alla famiglia dei Savelli, ma le condizioni disumane in cui erano tenuti i prigionieri spinse il papa alla costruzione di una nuova struttura. Il carcere era diviso in una parte maschile, una femminile e anche un'area dedicata ai minorenni. Da questo edificio deriva la denominazione di vicolo della Scimia, dove la parola "scimia" allude ai detenuti che si affacciavano alle sbarre delle finestre proprio come delle scimmie in gabbia. L'edificio fu utilizzato sino al 1883, quando entrò in funzione il Carcere di Regina Coeli dall'altro lato del Tevere. Oggi è sede della Direzione Antimafia e del Museo Criminologico. 


Con la creazione di via Giulia, anche le chiese già esistenti vennero ricostruite e abbellite, come l'antica chiesa di San Biagio della Pagnotta. Secondo la tradizione, nella chiesa è custodita un'importante reliquia, l'osso della gola di San Biagio. Ogni 3 febbraio, giorno dedicato al Santo, i romani si radunavano per la distribuzione di pagnotte benedette da usare per proteggersi dalle malattie della gola. Nel 1826 la chiesa venne affidata alla comunità armena di Santa Egiziaca, perciò oggi è nota anche come San Biagio degli armeni.





La medievale chiesa di Santa Aurea è stata trasformata, nel 1572, nella Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani. E' stata la chiesa nazionale del Regno delle due Sicilie, tant'è che qui furono custoditi, per un breve periodo, i resti dell'ultimo re, Francesco II e di sua moglie Maria Sofia di Baviera.     


L'imponente struttura ottocentesca del Collegio spagnolo chiude al suo interno la chiesa nazionale spagnola di Santa Maria di Monserrato (la facciata prospetta proprio su via di Monserrato). Qui si trova la tomba del papa degli scandali Alessandro VI Borgia. Più volte è stato segnalato il passaggio del suo fantasma avvolto in un maestoso mantello con cappuccio, per coprire il suo aspetto raccapricciante. Mentre era ancora in vita, un frate giurò di aver visto il papa firmare un patto con il diavolo e altri dissero di aver visto sette scimmie nere sorvegliare il suo letto di morte. Quel che è certo, è che alla morte di Alessandro VI il cadavere si gonfiò e annerì, cosicchè furono costretti a spingerlo a calci nella cassa tanto era deforme!      


La vicina chiesa di Santa Caterina da Siena fu voluta dalla comunità senese che sin dal XIV secolo abitava in questa zona nel cosiddetto "castrum senese". Il primo edificio fu costruito nel 1526, in seguito al riconoscimento dell'Arciconfraternita dei Senesi, che ancora oggi la possiede. All'interno sono esposte le bandiere delle contrade che si sfidano nel famoso palio, mentre all'esterno compare lo stemma bianco e nero con la lupa e i due gemelli, simbolo della città. 


Una delle facciate più belle che si può ammirare su via Giulia è sicuramente quella di Palazzo Falconieri. La costruzione risale agli inizi del XVI secolo con la famiglia Ceci, passò poi agli Odescalchi, ai Farnese e, dal 1638, al fiorentino Orazio Falconieri. Fu lui a chiamare a lavorare l'amico Francesco Borromini, con il compito di ampliare il palazzo. Borromini, per celebrare il proprietario, inventò le bellissime erme con busto femminile e testa a forma di falco che si vedono negli angoli. Oggi è sede dell'Accademia di Ungheria, ma nell'Ottocento fu di proprietà del cardinale Fesh che vi ospitò la sorellastra Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone Bonaparte.




A ridosso del palazzo, il prospetto della chiesa dell'Arciconfraternita dell'Orazione e Morte affascina per le sue decorazioni insolite: crani con le ali e clessidre che alludono al tema della morte. Il compito della confraternita, fondata nel 1574, era di raccogliere i cadaveri senza nome nelle campagne e dargli una degna sepoltura. Sulla facciata Settecentesca di Ferdinando Fuga compare anche una particolare insegna marmorea con uno scheletro alato e l'iscrizione "Hodie tihi cras tibi", cioè "Oggi a me, domani a te": un vero e proprio memento mori.




Siamo arrivati davanti al celebre Arco Farnese, ciò che resta del grandioso progetto michelangiolesco di collegare le proprietà dei Farnese sulle due sponde del fiume.




Durante il carnevale, l'Arco diveniva una tribuna per assistere alle corse che si svolgevano lungo la via. Oltre l'arco restano degli edifici bassi cinquecenteschi, detti i Camerini farnesiani, che oggi appartengono all'ambasciata di Francia e, di fronte, il cancello che chiude ciò che resta del vasto giardino del nobile Palazzo Farnese.


La fontana del Mascherone in origine si trovava in fondo alla via, davanti ad un palazzetto voluto da Sisto V nel 1586 e che funzionava da Ospizio dei Mendicanti. Per il suo andamento rettilineo e la presenza di famiglie importanti, lungo via Giulia, si organizzavano spesso corse e feste. Nel 1720, ad esempio, si tenne un gran corteo e una splendida festa, con la via tutta addobbata, per celebrare l'elezione a Gran Maestro del Priorato di Malta del nobile Zondadari: dal tramonto all'alba del giorno dopo dalla fontana sgorgò pregiato vino rosso, per la gioia di tutti i romani!




La fontana fu spostata nel 1903 e il palazzetto abbattuto con l'apertura del Lungotevere, modificando così per sempre l'aspetto cinquecentesco della via.

venerdì 9 novembre 2018

L'Isola Tiberina: storia e leggenda dell'unica isola urbana del Tevere



Una antica leggenda racconta che l'isola si sia formata quando i romani, durante una rivolta nel VI secolo a.C., decisero di gettare i covoni di grano dei Tarquini, odiatissimi re etruschi della città, nel Tevere; questi ultimi si accumularono e dettero vita all'Isola Tiberina, fin dai tempi remoti parte integrante del tessuto urbanistico della città antica.

Lasciando da parte questa affascinante leggenda, vale la pena ricordare che l'Isola ha da sempre una vocazione medica. Chi abita a Roma conosce benissimo l'Ospedale Fatebenefratelli, da secoli istituzione ospedaliera fondata da San Giovanni di Dio stanziata proprio sull'isola, ma pochi sanno che dove ora sorge la chiesa di San Bartolomeo, in epoca romana si trovava un tempio dedicato ad Esculapio, il dio della medicina. Ma perché i romani decisero di costruire proprio qui un tempio?
Ancora una volta una leggenda ci viene in aiuto e ci narra che, durante una terribile peste, i romani consultarono i libri sibillini ed ottennero come risposta di doversi recare in Grecia per prendere un simulacro del dio Esculapio, portarlo a Roma e costruire un tempio. Una volta tornati dal viaggio si interrogarono su dove poter costruire il tempio, ma proprio in quel momento l'enorme serpente di marmo, simulacro del dio preso in Grecia, prese vita e andò a posizionarsi proprio sull'Isola! I romani interpretarono come segno del dio l'evento miracoloso e non solo costruirono il tempio sull'Isola Tiberina, ma dettero a quest'ultima la forma di una nave! Frammenti della prua sono ancora visibili passeggiando lungo la banchina del fiume. 



Nell'anno Mille l'imperatore Ottone III decise di utilizzare parte dei resti del tempio, ormai abbandonato, per realizzare una chiesa dedicata in un primo momento a Sant'Adalberto da Praga, suo amico, in seguito dedicata a San Bartolomeo Apostolo. Una diatriba è ancora in piedi dall'epoca....Ottone portò a Roma i resti del corpo dell'apostolo Bartolomeo, conservati fino a quel momento a Benevento, utilizzando un catino di bronzo ancora oggi conservato lungo la navata destra della chiesa, all'altezza dell'altare che ospita il sarcofago di porfido con le spoglie del santo. Ma anche la cattedrale di Benevento conserva un sarcofago affine con le spoglie del santo...dov'è San Bartolomeo, a Roma o a Benevento? Il dibattito è ancora aperto! Voci che si sono rincorse nei secoli affermano che i beneventani dettero a Roma il corpo di San Paolino da Nola vescovo al posto dell'apostolo ed effettivamente nell'obelisco di fronte alla chiesa tra le statue di San Giovanni di Dio, San Bartolomeo e San Francesco trova posto anche San Paolino! Ai posteri l'ardua sentenza! 😉


Altro evento miracoloso è legato alla chiesetta di San Giovanni Calibita, che ospita al suo interno la cosiddetta “Madonna della Lampada”, affresco ritenuto miracoloso perché nel 1557 secondo la tradizione, trovandosi ancora nella nicchia di origine, vicino al Ponte Quattro Capi, fu coperta dalle acque del Tevere, senza che ne soffrisse il dipinto e si smorzasse la lampada, prodigiosamente rimasta accesa sul posto. In seguito fu staccata e collocata all'interno della chiesa (purtroppo difficilmente visitabile perché accessibile solo per le funzioni religiose!).

Ma non è finita qui! Sull'Isola Tiberina c'è ancora un luogo nascosto e sconosciuto, la sede della Confraternita dei Sacconi Rossi, la "Veneranda confraternita de' devoti di Gesù Cristo al Calvario e di Maria Santissima Addolorata". Fondata nel corso del '700, il loro compito era ripescare i morti dal fiume Tevere e dargli degna sepoltura. Ancora oggi il 2 novembre è possibile assistere alla loro suggestiva processione che si disloca lungo tutta l'Isola Tiberina ed è possibile visitare anche la cripta decorata con le ossa dei morti annegati. 😲


Storia, leggende, curiosità ma anche enogastronomia. Sull'Isola Tiberina c'è la mitica trattoria della "Sora Lella", dove potrete gustare la cucina tipica romana in una atmosfera magica! 😋

Il misterioso volto di marmo