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giovedì 14 gennaio 2021

Il rione Monti: storia e curiosità

 

I rioni di Roma mantengono in gran parte gli antichi confini delle regiones individuati all’epoca dell’imperatore Augusto per migliorare l’amministrazione della città. Monti corrisponde alla terza regio, che era intitolata alle divinità egizie Iside e Serapide, il cui tempio sorgeva sul colle Oppio, nei pressi del Colosseo. La regio includeva parte di ben quattro dei sette colli, Quirinale, Viminale, Esquilino e Celio: da questa caratteristica derivò il nome di Monti affermatosi durante il medioevo. 


Passeggiando per i vicoli del rione c’è la possibilità di conoscere la storia della città, dall’antichità all’era moderna. Basta lasciarsi affascinare dagli imponenti ruderi delle Terme di Traiano sul colle Oppio, le più grandiose dell’epoca, e dei Fori imperiali con l’eccezionale muro di fondo del Foro di Augusto, alto ben 30 metri, costruito per proteggere la piazza dai frequenti incendi che distruggevano la Suburra, il quartiere popolare che si estendeva proprio sulle pendici dei colli. La Suburra (da sub-urbe, sobborgo della città) era la zona malfamata, dominata dalle insule che ospitavano locande e lupanari che fecero da sfondo alle notti insonni e viziose dell’imperatrice Valeria Messalina, che qui si prostituiva con gladiatori e marinai usando il nome di Licisca. 



La splendida salita dei Borgia, con il balconcino rinascimentale da cui il poeta Lord Byron immaginava affacciarsi la bella e pericolosa Lucrezia, nasconde la storia crudele della morte del sesto re di Roma, Servio Tullio. Secondo la tradizione, la salita mantiene il tracciato dell’antichissimo Clivus Sceleratus, chiamato così a memoria dell’atto scelerato di Tullia che qui passò più volte con il suo carro sul cadavere del padre, appena ucciso da suo marito Lucio Tarquinio, per sostituirlo sul trono di Roma. Il genero di Servio Tullio divenne così l’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, e Tullia l’ultima regina.


Il rione Monti, più di ogni altro, custodisce le tracce della storia medioevale di Roma, grazie alle antiche chiese e basiliche, e alle affascinanti torri che si incontrano passeggiando nei suoi vicoli. Secondo il Liber Pontificalis a Roma ben 25 basiliche sorgono sopra un “titolo”. Per la Chiesa delle origini, i titoli erano i luoghi in cui i cristiani potevano riunirsi per le loro riunioni e cerimonie, all’insaputa delle autorità pagane. Prendevano il nome dal proprietario dell’edificio, spesso un magazzino o un’aula di una domus, che veniva destinato a tale scopo; finché, con la liberalizzazione delle religioni avvenuta a seguito del celebre editto di Milano del 313 d.C., questi luoghi vennero man mano trasformati nelle chiese che oggi conosciamo. All’interno del rione, le basiliche di San Clemente, Santa Prassede, Santa Pudenziana e dei Santi Silvestro e Martino ai Monti conservano livelli sotterranei che raccontano questa fase paleocristiana. 


Ma non solo. Una chiesa unica nel suo genere è Sant’Agata dei Goti in via Mazzarino, fondata nel V secolo per volere di un generale romano di origine gota. Flavio Ricimero era però un barbaro cristiano ariano e fondò la prima e unica chiesa di culto ariano di Roma. Ario (256-336) era un monaco e teologo orientale che rifiutava la “consustanzialità col Padre” sostenendo che la natura divina del Figlio fosse inferiore a quella del Padre, perciò le sue parole non potevano essere il Verbo divino. Il suo pensiero fu ritenuto eretico dal Concilio di Nicea del 325, ma nonostante ciò i suoi seguaci giunsero anche a Roma. La chiesa rimase in funzione sino alla metà del VI secolo. Quando i goti vennero sconfitti dall’esercito bizantino nel corso delle guerre gotiche, la chiesa fu chiusa al culto. Ci pensò papa San Gregorio Magno, nel 592, a riscattarla e consacrarla al cattolicesimo, dedicandola a San Sebastiano e Sant’Agata. Nei secoli fu conosciuta come Sant’Agata de Caballo (si trova sulla salita verso il Colle di Montecavallo, come veniva detto il Quirinale), sino agli anni Venti del Novecento quando Pio XI decise di recuperarne il nome originario.


    


Le torri sono un’altra delle caratteristiche di Monti. La torre dei Graziani e quella dei Capocci (ancora abitata) dominano il Colle dell'Esquilino, guardando minacciose le torri sottostanti degli Annibaldi e dei Borgia (riutilizzata come campanile della chiesa di San Francesco di Paola). La Torre dei Conti, del Grillo e delle Milizie, fecero parte di un’unica immensa fortezza posta a controllo del Quirinale contro i vicini e nemici Colonna. Sono solo alcune delle circa cinquanta torri che oggi si conservano in tutta la città e che raccontano di quando Roma veniva definita un campo di “spighe di grano” per le sue trecento torri svettanti tra i colli. Furono costruite tra il X e XIV secolo, periodo di lotte continue tra le fazioni guelfe filopapali e quelle ghibelline filoimperiali che si contendevano il potere. Probabilmente ce ne sarebbero molte di più se nel 1254 il Senatore Brancaleone degli Andalò, con l’appoggio del popolo, non avesse deciso di imporre il proprio dominio sulle famiglie baronali abbattendo ben 140 torri, cercando di porre fine alle prepotenze dei nobili.


Nel corso del medioevo Monti in realtà non era un quartiere vivace, la mancanza di acqua e di manutenzione alle fognature rendevano la zona invivibile per il popolo che si spostò più a valle, nell’area del Campo Marzio. Nel Rinascimento le cose cambiarono. Papa Gregorio XIII portò le condutture dell’Acqua Vergine e fece creare nuove arterie, come l’attuale via Merulana, la scenografica via Panisperna e il corso dè Monti, cioè via dei Serpenti. Il suo successore Sisto V completò il progetto facendo realizzare all’architetto Giacomo Della Porta la fontana di Piazza della Madonna dei Monti (1588), divenuta oggi il cuore del rione insieme alla vicina Chiesa che ne dà il nome. Sull’altare della chiesa è custodita la miracolosa Madonna dei Monti: nel 1579 degli operai dovettero fermarsi nel picconare un muro per aver sentito una voce di donna che richiamava la loro attenzione. Trovarono così il piccolo affresco della Madonna in trono col Bambino, affiancata da Santi; tra i tanti monticiani che accorsero a vederla ci fu una donna cieca che riacquistò la vista proprio davanti all’icona. La chiesa fu costruita sempre dal Della Porta, nel 1581, per ospitare la Madonna miracolosa e si presenta con la forma tipica delle chiese della Controriforma, a navata unica con cappelle laterali.



Sulla salita del Grillo spicca il seicentesco palazzo della famiglia a cui appartenne l’indimenticabile marchese Onofrio del Grillo celebrato nel film di Monicelli con superbo protagonista Alberto Sordi. Una targa all’ingresso ricorda che qui visse nel secondo dopoguerra il pittore siciliano Renato Guttuso.


Altre interessanti targhe si trovano a via Baccina n.32 e via Panisperna n.87. 



La prima venne messa nel 1949, a memoria della casa in cui trascorse l’infanzia e l’adolescenza Ettore Pretolini (1884-1936), noto attore di avanspettacolo, caricaturista e cantante. Il “roscio de li Monti”, com’era soprannominato, era noto a tutto il rione per le sue marachelle e per i suoi primi spettacoli parrocchiali che lo fecero appassionare all’arte a cui dedicò tutta la sua breve vita. E’ stato il primo a cantare le celebri “Una gita a li Castelli” (“Nannì”) e “Tanto pe cantà”, canzoni che ancora oggi rimandano a una Roma verace e sincera che ben si può respirare tra le strade di Monti. 





La seconda targa ricorda l’eccellenza italiana rappresentata da un gruppo di giovanissimi scienziati che, in un elegante palazzetto settecentesco, tenevano esperimenti sul nucleo dell’atomo che portarono a porre le basi sulla conoscenza dell’energia atomica. I ragazzi di Via Panisperna ruotavano intorno alla personalità di Orso Maria Corbini, direttore del Regio Istituto di Fisica dell’Università di Roma, che nel 1926 creò la cattedra di Fisica teorica appositamente per Enrico Fermi. Dal 1929 al 1938 Fermi insegnò a un gruppo composto dalle eccelse menti di Edoardo Amaldi, Franco Rasetti, Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, il chimico Oscar D'Agostino ed Ettore Majorana. Il ‘38 fu l’anno che pose fine ai loro esperimenti a causa della morte di Corbini e della promulgazione delle leggi razziali: Fermi partì per Stoccolma per ricevere il Nobel per la Fisica e non fece più ritorno in Italia, preferendo trasferirsi a New York con la moglie di origine ebraica, e così fecero anche gli altri membri del gruppo che continuarono le loro ricerche in altri paesi. La fine più misteriosa e tragica fu quella di Ettore Majorana, l’unico a scegliere di rimanere in Italia, andando a insegnare all’università di Napoli: appariva stanco e stressato, così gli amici gli suggerirono un viaggio nella sua Palermo, dove scomparve nel nulla il 26 marzo 1938 a soli 31 anni.




        



venerdì 29 maggio 2020

Il volto di marmo di Piazza Navona

Piazza Navona è sicuramente uno dei luoghi più ricchi di storia della città.

La sua forma deriva dallo Stadio che l’imperatore Domiziano inaugurò nell’86 d. C. per lo svolgimento dei Certamen Capitolinum Iovi, ovvero le gare di atletica importate dalla Grecia e dedicate a Giove Capitolino. Dopo l’abbandono, nel Medioevo, divenne il Campo agonalis, mantenendo traccia della sua funzione originaria proprio nel nome (agonalis deriva da agone, termine che in Grecia significava proprio gara). Questa sua origine si conserva ancora oggi nella Chiesa di Sant’Agnese in Agone, dalla cui storpiatura, nel tempo, derivò la stessa parola Navona.
La piazza si presenta bellissima con le opere barocche di Bernini e Borromini, le fontane e i palazzi. Sicuramente c’è tanto da ammirare...ma avete mai notato una testa di marmo murata al primo piano di Palazzo De Cupis, proprio sopra l’insegna del ristorante Tre scalini? Si tratta di un piccolo dettaglio rispetto alla ricchezza della piazza, ma ci racconta una storia estremamente interessante.

Dobbiamo tornare indietro nel tempo a quando venne eletto al soglio pontificio il cardinale marchigiano Felice Peretti (1521-1590), papa Sisto V, nel 1585.

Nonostante abbia governato solo per cinque anni, è tra i papi più ricordati in città per il suo esser stato un riformatore, un abile finanziere, ma soprattutto un uomo di ferro votato al potere assoluto, tanto da esser soprannominato “er papa tosto”. Da cardinale era stato nominato inquisitore a Venezia nel 1557 da Paolo IV: quando il papa morì e il successore Pio IV gli rinnovò la carica, fu rifiutato sia dai francescani, ordine a cui apparteneva, sia dal governo veneziano a causa della sua nota severità. Si trasferì a Roma, dove ebbe il ruolo di Consultore Teologo dell’Inquisizione oltre che insegnante di Teologia presso l’Università. Ebbe un periodo di difficoltà durante il pontificato di Gregorio XIII Boncompagni a causa di screzi con la sua famiglia, tant’è che rimase senza ruoli ufficiali e fu anche privato dell’assegno per i cardinali “poveri” che ammontava a 1.200 scudi annui. Al momento della morte di papa Boncompagni, però, non si fece trovare impreparato. Leggenda vuole che si presentò al Conclave curvo su un bastone e con un aspetto stanco e malandato, così da sembrare un povero vecchio facilmente malleabile. In realtà il Peretti o Montalto (veniva anche chiamato così per il suo paese di origine) aveva preso accordi con i due cardinali più influenti del collegio, Luigi d’Este e Ferdinando de Medici, per farsi eleggere. Fu così che all’età di 64 anni, il 24 aprile del 1585 divenne Sisto V. 

Il suo fu un pontificato breve ma intenso; teneva molto alla giustizia e alla sicurezza, e introdusse nuove tasse per rimpinguare le casse e attuare un ammodernamento della città. Fu con lui che vennero recuperati e sistemati gli obelischi di Piazza San Pietro, Piazza del Popolo e del Laterano, fece aprire la via Sistina e costruire un acquedotto che da lui prende il nome di Acqua Felice. Insieme all’acquedotto vennero realizzate fontane, come quella del Mosè in Largo Santa Susanna, nota per la bruttezza della statua!
La sua severità non piaceva ai romani, e soprattutto odiavano le tasse, come quella sul vino. Periodicamente i papi aggiungevano questa gabella su uno dei generi di maggior consumo, giustificandone l’introduzione al fine di evitare che il popolo ne facesse troppo uso, ritenendo il vino pericoloso soprattutto per l’ordine pubblico. Gli osti, in particolare, odiavano ulteriormente Sisto V perchè li aveva obbligati a pagare una piccola tassa per ogni “fojetta” (misura che corrisponde a mezzo litro) venduta e ad utilizzare brocche di vetro con il sigillo della Camera Apostolica al posto delle solite di coccio o ferro, cosicché i clienti potessero vedere bene la quantità di vino che gli veniva servita e che non fosse stato allungato con l’acqua.
Il papa era a conoscenza dell’antipatia che il popolo nutriva nei suoi confronti, e, secondo la leggenda, era lui stesso ad andare in giro a sondare l’opinione pubblica, travestendosi da straniero. 

Fu in una delle sue uscite che arrivò a Piazza Navona e, dopo aver parlato con uno stalliere e un caldarrostaio che non si sbottonarono alle sue domande, decise di entrare in una osteria, proprio lì dove oggi c’è il ristorante. Seduto al bancone, chiedeva all’oste di portargli “mezza fojetta” di vino che, prontamente e di nascosto, svuotava in una fiaschetta che aveva con sè, così da poterne ordinare un’altra e ancora un’altra. L’oste infastidito dal dover andare in cantina più volte per una piccola quantità, iniziò a borbottare e a maledire a gran voce Sisto V che aveva introdotto queste nuove regole. Alle parole dello straniero che, invece, difendeva il papa e le belle opere da lui fatte, l’oste si inferocì ancora di più e allontanò in malo modo l’uomo dalla sua locanda. E’ evidente che non si fosse accorto di avere il papa di fronte a lui!
Il giorno dopo, quando andò ad aprire l’osteria, trovò le guardie che montavano il patibolo proprio lì davanti. Pensò che quella sarebbe stata una giornata proficua per i suoi incassi, visto che ci sarebbe stata un’esecuzione e tanta gente sarebbe arrivata ad assistere. Così iniziò a sistemare tavoli e sedie per poter accogliere più clienti possibili. Immaginate il suo stupore quando le guardie gli si avvicinarono per prelevarlo e condurlo al patibolo! Domandò il perchè, ma gli venne risposto di chiedere al papa “che era stato da lui la sera prima”! Nessuno potè fare nulla, Sisto V aveva deciso di condannarlo per le brutte parole che gli aveva sentito dire sul suo conto. Fu decapitato e la sua testa rimase impalata davanti la locanda per tre giorni. 
La piccola testa di marmo sul palazzo fu voluta dagli altri bottegai della piazza, per ricordare il loro amico, ma soprattutto per ricordare a loro stessi di non parlar mai male di Sisto V davanti a nessuno!

domenica 17 maggio 2020

Il misterioso volto di marmo


Quando si arriva a Piazza di Trevi il nostro sguardo viene irrimediabilmente catturato dall’imponente bellezza della fontana, la più grande di Roma nonché la più famosa del mondo. In pochi si guardano intorno ma all’osservatore più attento non sfuggirà, sul lato opposto della piccola piazza, la ricca facciata barocca della chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio. Oltre alle 18 colonne che valsero alla chiesa l’appellativo di “canneto”, una singolare particolarità è rappresentata del bel busto femminile al di sopra del portale. Non si tratta di un angelo e neppure di una santa, è davvero un caso unico per una chiesa di Roma. Chi è dunque questa donna che da secoli ci guarda dall’alto?
La grande iscrizione ci informa che la chiesa venne completamente riedificata per volere del celebre cardinale Giulio  Mazzarino, Primo Ministro di Francia.
Dalla figura del celebre committente nasce una suggestiva interpretazione: il sensuale busto femminile non sarebbe altro che il ritratto di una delle sue nipoti, Ortensia Mancini, una delle donne più belle e scandalose del Seicento.

Ortensia era la quarta delle cinque sorelle Mancini, figlia del barone Lorenzo Mancini e di Geronima Mazzarino, sorella del Cardinale Giulio, uno degli uomini più potenti di Francia.

Alla morte del marito Geronima pensò bene di trasferirsi a Parigi per sfruttare l’influenza del fratello e assicurare alle cinque figlie prestigiosi matrimoni. Le sorelle Mancini erano celebri per la loro bellezza e, insieme alle cugine Martinozzi, erano note a corte come le Mazarinettes.

La sua avventurosa vita fu da lei stessa raccontata in un’autobiografia: corteggiata giovanissima dai più nobili uomini d’Europa, fu notata dal re Luigi XIV ma il legame amoroso fu interrotto dal tempestivo intervento dello zio cardinale. Dopo aver rifiutato eccellenti proposte di matrimonio, per Ortensia fu scelto come marito Armand Charles de La Porte de La Meilleraye.
Fervente cattolico e  patologicamente geloso, costrinse la bella moglie a una vita di isolamento, lontana dalla tanto amata mondanità della corte francese. Nonostante il matrimonio infelice la coppia ebbe cinque figli ma, la notte del 13 giugno 1668, Ortensia riuscì a fuggire in Italia raggiungendo l’amata sorella Maria, principessa Colonna.

Libera da quell’infelice vincolo, iniziò una nuova vita di amori ed eccentricità: amava infatti indossare abiti maschili mostrando sfacciatamente la sua bisessualità. Fu l’amante del re Carlo II d’Inghilterra, del duca Carlo Emanuele II di Savoia, del principe Louis Grimaldi e di molte nobildonne inglesi.

In Italia però il suo eccentrico modo di vivere le creò seri problemi: venne cacciata infatti da palazzo Colonna per aver intrecciato un’intima relazione con il proprio scudiero. Venne quindi ospitata da sua zia, Laura Martinozzi, che le impose una vita più riservata ma il soggiorno terminò con un brusco litigio. Poiché il suo stile di vita screditava l’immagine dell’intera famiglia in tutta Europa, si decise di rinchiuderla in un monastero in Campo Marzio dal quale riuscì a uscire solo grazie all’appoggio del pontefice.

Dopo un breve soggiorno parigino, dove ebbe come amanti il conte di Marsan e suo fratello Philippe, ritornò nuovamente a Roma dove collaborò attivamente alla fuga di sua sorella Maria.

Venuta a conoscenza che il marito era sulle sue tracce e temendo di essere catturata, Ortensia trovò protezione in Savoia, grazie ai favori del duca Carlo Emanuele II. Fu durante questo tranquillo periodo della sua vita che Ortensia pubblicò le sue famose memorie. Il suo scopo fu quello di riaccreditare la propria immagine, non raccontando dei suoi amanti, ma mostrandosi al mondo come una donna ingenua costretta  al matrimonio per scopi politici.

Alla morte del duca iniziò una nuova vita per Ortensia: viaggiò per l’Europa arrivando infine a Londra alla corte del suo vecchio spasimante, il re Carlo II. La sua bellezza non passò certo inosservata, oltre ad essere l’amante del re intrecciò una relazione con Louis Grimaldi, principe di Monaco, e con il suo proprio nipote, Filippo, figlio della sorella Olimpia. Il loro amore fece scandalo e terminò tragicamente quando Filippo, geloso dei numerosi amanti della zia, sfidò a duello in barone Banier uccidendolo.

Dopo una vita di eccessi, amanti e gioco d’azzardo Ortensia si ammalò e, l’11 giugno 1699 la duchessa morì, secondo alcuni suicidandosi bevendo smodate quantità di forti alcolici.

Tutta questa vita racchiusa in un busto di marmo in una piazza di Roma, questa è la magia della nostra città.

sabato 2 maggio 2020

Le Statue Parlanti di Roma


Uno dei caratteri distintivi del popolo di Roma è da sempre quello di avere la battuta pronta, in modo simpatico ma anche spiccatamente critico nei confronti del potere centrale.

Avete mai sentito parlare di Pasquino e Marforio? Oppure della celebre Madama Lucrezia di piazza Venezia? Ecco a voi la “Congrega degli arguti”! Oltre ai suddetti ci sono il Babuino e i poco conosciuti Abate Luigi e Facchino.

La storia di queste statue “parlanti” inizia intorno al ‘400, quando già da secoli le classi dominanti, in primis il papa, imponevano con arroganza e corruzione leggi troppo spesso fatte ad hoc per i propri interessi.

Come fare a denunciare questi soprusi senza incorrere nelle ire del potente di turno? Affiggere cartelli satirici rigorosamente anonimi sulle statue poste in punti strategici della città, in modo da poter essere letti da più persone prima di essere rimossi dalle autorità! Ecco così che si forma la cosiddetta Congrega degli Arguti, che vedeva spesso dialogare, con divertenti botta e risposta, Pasquino e Marforio. In piena epoca napoleonica apparve una delle più famose pasquinate di sempre, che vide protagoniste le due statue appena citate: a Pasqui ma è vero che sti francesi so tutti ladri? No Marfò, tutti no, ma Bona-Parte!

Ma chi sono i protagonisti di questa Congrega? Iniziamo a scoprire la figura di Pasquino, l’unico dei sei che ancora “parla” con continuità.


Ritrovata all’inizio del ‘500 durante gli scavi per la pavimentazione stradale e la ristrutturazione di Palazzo Orsini (oggi palazzo Braschi, sede del Museo di Roma), la statua quasi sicuramente faceva parte della spettacolare decorazione dello stadio di Domiziano, oggi coperto da piazza Navona. Per volere di Oliviero Carafa, che si sarebbe stabilito in palazzo Orsini, la statua, seppur in cattivo stato di conservazione, fu sistemata nell’angolo dove ancora si trova oggi.

Grazie alla sua posizione la statua iniziò in breve tempo a “parlare”: nottetempo le venivano appesi al collo fogli con versi satirici volti a colpire i potenti, prontamente rimossi al mattino, quando ormai erano già di dominio pubblico. Ma perché la statua fu chiamata Pasquino? Ci sono varie ipotesi. La prima è che sia stata ritrovata nei pressi di un barbiere chiamato, appunto, Pasquino; secondo altri il nome deriverebbe dallo sfottò di alcuni alunni nei confronti del loro maestro, reo di essere incredibilmente somigliante alla statua; potrebbe anche essere il nome di un oste. Poco importa, l’importante è che da quel momento in poi la vita di Roma e dei suoi potenti fu scandita dalle pasquinate, temute dai personaggi più in vista e adorate dal popolino.

Anche il celebre Trilussa dedicò a Pasquino un sonetto:

«Povero mutilato dar Destino, come te sei ridotto!»
diceva un Cane che passava sotto ar torso de Pasquino

«Te n’hanno date de sassate in faccia!
Hai perso l’occhi, er naso… E che te resta? un avanzo de testa su un corpo senza gambe e senza braccia! Nun te se vede che la bocca sola con una smorfia quasi strafottente…»

Pasquino barbottò: 

«Segno evidente che nun ha detto l’urtima parola»

(Trilussa)

Della congrega fa parte anche il poco conosciuto Abate Luigi di piazza Vidoni, accanto alla chiesa di Sant’Andrea della Valle. La statua, che rappresenta un magistrato, è di epoca tardo-romana e fu rinvenuta in loco, nelle fondazioni di Palazzo Vidoni (area del teatro di Pompeo). Il suo nome deriverebbe dalla somiglianza tra il magistrato e il sagrestano della vicina chiesa del Sudario.


L’epigrafe alla base della statua ci ricorda il suo essere stata parlante:

FUI DELL'ANTICA ROMA UN CITTADINO
ORA ABATE LUIGI OGNUN MI CHIAMA
CONQUISTAI CON MARFORIO E CON PASQUINO
NELLE SATIRE URBANE ETERNA FAMA
EBBI OFFESE, DISGRAZIE E SEPOLTURA
MA QUI VITA NOVELLA E ALFIN SICURA

Vita sicura non troppo, visto che è stato più volte..decapitato! L’Abate parlò l’ultima volta nel 1966, in occasione di una delle decapitazioni:

O tu che m'arubbasti la capoccia
vedi d'ariportalla immantinente
sinnò, vòi véde? come fusse gnente
me manneno ar Governo. E ciò me scoccia.


La più giovane delle statue parlanti, e anche la meno nota, è il Facchino, piccola fontana murata in via Lata. Si trovà lì dal 1874, prima era posizionata sulla facciata principale di Palazzo De Carolis Simonetti in via del Corso (attuale palazzo del Banco di Roma).


La fontana rappresenta una figura maschile mentre versa acqua da una botte. Vista l’ottima fattura, è stata addirittura attribuita al celebre Michelangelo ma in realtà venne realizzata da Jacopino del Conte, nel 1580 circa, per la corporazione degli Acquaroli. L’acquarolo prendeva l’acqua dalle fontane e la rivendeva porta a porta, era quindi una figura fondamentale a Roma prima che i papi rimettessero in funzione gli antichi acquedotti (fine ‘500).

Un’epigrafe presente nell’originaria collocazione dedicava la fontana a un celebre facchino della città, tal Abbondio Rizio:

Ad Abbondio Rizio, coronato [facchino] sul pubblico selciato, valentissimo nel legar fardelli. Portò quanto peso volle, visse quanto poté; ma un giorno, portando un barile di vino in spalla e dentro il corpo, contro la sua volontà morì.”

Via del Babuino deve il suo nome a un’altra famosa statua parlante, il Babuino appunto, oggi addossato alla chiesa di Sant’Attanasio dei Greci. Poco si sa di questo Sileno disteso, che però colpì talmente l’immaginario dei romani da rinominare la via Paolina in via del Babuino, a causa della bruttezza del volto della statua!


Nel 1571 papa Pio V concesse l'utilizzo di alcune once d'acqua del nuovo acquedotto Vergine, appena ripristinato, al palazzo del nobile Alessandro Grandi, su quella che all'epoca si chiamava via Paolina, il quale fece realizzare, in onore del Pontefice, una fontana ad uso pubblico, ponendo la statua ad ornamento della vasca quadrangolare, addossata alla facciata del palazzo. Successivamente il palazzo divenne proprietà dei Boncompagni e nel corso dell’800, a causa dei lavori per la costruzione della rete fognaria, la fontana venne smembrata. La vasca fu riutilizzata per un’altra fontana in via Flaminia, il Sileno venne riposto all’interno del palazzo (divenuto Boncompagni Cerasi). Solo nel 1957 a seguito di una campagna di recupero portata avanti da alcuni cittadini romani, il Sileno è tornato nella via che dalla statua aveva preso il nome, e si trova ora a fianco della chiesa di Sant’Attanasio dei Greci.


Marforio è lo strano nome della statua parlante più loquace dopo Pasquino. Situata nei Musei Capitolini, molte sono le ipotesi sul significato del suo nome. La statua, probabilmente una divinità fluviale, fu rinvenuta nel Foro di Augusto, zona denominata Martis Forum nel medioevo per la presenza dell’antico tempio di Marte Ultore. Marforio sarebbe, quindi, una deformazione del nome latino del luogo.

Un’altra ipotesi fa derivare il nome dalla famiglia Marfoli o Marfuoli, che aveva possedimenti presso il Carcere Mamertino. Celebri sono i dialoghi con Pasquino, come già ricordato.

C’è anche una donna all’interno della Congrega degli Arguti, l’imponente Madama Lucrezia, accanto alla Basilica di San Marco in piazza Venezia. La Madama è un busto di epoca romana, alto circa 3 metri dall’identità incerta. Il nodo che ha sulla veste, ci consente di identificarla con la dea Iside o una sacerdotessa del culto isiaco.


Ma perché Madama Lucrezia? Secondo la tradizione il busto sarebbe stato donato a Lucrezia d’Alagno, l’amante del re di Napoli Alfonso V d’Aragona. Alla morte di quest’ultimo Lucrezia sarebbe scappata a Roma e si sarebbe stabilità in una casa nei pressi della sistemazione odierna della statua. Una simpatica tradizione è legata a questa statua: alla Madama tutti dovevano portare rispetto, quindi chi le passava davanti doveva inchinarsi e togliersi il cappello per avere una giornata propizia. I monelli del rione facevano a gara per far rispettare questa usanza... i cappelli venivano tolti con precisi colpi di fionda, mentre gli inchini erano assicurati da monete lasciate a terra ma legate a fili che ne consentivano l’immediato recupero!

Cosa rimane oggi delle Congrega? Tante pasquinate, tanta storia e simpatiche tradizioni, non dimenticando che con i social ognuno di noi può, nel suo piccolo, diventare Pasquino!

lunedì 23 marzo 2020

Le strade di Roma: Via Giulia

Sulla riva sinistra del Tevere papa Giulio II volle l’apertura di una strada che mettesse in comunicazione il Vaticano con uno dei quartieri più popolosi della città, in cui aveva deciso di creare un nuovo “polo” amministrativo. Un’area già caratterizzata dal palazzo della Cancelleria e dal nuovo Palazzo della Zecca, e che avrebbe dovuto ospitare anche un nuovo palazzo del Tribunale, creando così una zona sotto il controllo dello Stato e dal forte richiamo per gli affari delle famiglie romane e non.
L’ambizioso progetto fu affidato da Giulio II al suo architetto di fiducia, l’urbinate Donato Bramante. I lavori iniziarono nel 1508 e andarono avanti sino alla morte del pontefice, al quale fu dedicata con il nome di “Julia”, cioè Via Giulia. Purtroppo l’idea grandiosa del papa si mostrò difficile da essere realizzata, visti i contemporanei cantieri della Basilica di San Pietro e della Cappella Sistina che richiesero grandi spese, e a causa della morte dei due protagonisti. Bramante riuscì solo a tracciare la via e ad iniziare la costruzione della Curia, rimasta al livello delle fondamenta. Ancora oggi, dell’opera mai conclusa, restano delle tracce ben visibili e note come i Sofà di Via Giulia: blocchi di pietra piuttosto sporgenti utilizzati come panchine che deliziano la vista e il riposo di chi attraversa questa prestigiosa via.



Via Giulia è una strada lunga ben 1km e attraversa due rioni, Ponte e Regola! Non divenne mai un polo amministrativo ma tanti artisti e famiglie decisero di acquistare terreni per la costruzione dei loro palazzi gentilizi. Soprattutto divenne sede delle comunità toscane della città, fiorentini e senesi che svolgevano i loro affari proprio qui e nella vicina via dei Banchi Nuovi. 




Partendo da piazza dell’Oro, su cui si affaccia la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, si incontra un palazzo quattrocentesco noto come la Casa dei Fiorentini. Fu il papa a regalarlo alla Confraternita dei Fiorentini. Durante il suo soggiorno romano anche Leonardo Da Vinci decise di iscriversi alla Confraternita in modo da avere assicurata sepoltura e funerale in caso di morte, ma presto ne venne allontanato: non pagò regolarmente la tassa di iscrizione!
Procedendo, attira l’attenzione la facciata al n.85, dove compare la scritta ottocentesca “Possedeva Raf. Sanzio nel MDXX”. Generalmente si definisce come la Casa di Raffaello, ma in realtà il celebre pittore non vi ha mai abitato: possedeva in zona solo dei terreni, tra cui quello su cui questo palazzetto fu costruito, dopo la sua morte.    
Anche altri artisti costruirono lungo via Giulia le loro residenze, come Antonio da Sangallo il Giovane, proprietario dell'attuale Palazzo Sacchetti e lo scultore Guglielmo Della Porta che abitava al n. 163 (attuale Palazzo Cisterna). Francesco Borromini concluse la sua vita irrequieta suicidandosi nella casa di vicolo Orbitelli, nel 1667. L'orafo Benvenuto Cellini, invece, aveva la sua bottega nel vicino vicolo che da lui prenderà il nome nel XVI secolo. Sino ad allora vicolo Cellini era noto come vicolo Calabraghe, cioè "calar le braghe" a causa delle cortigiane che qui abitavano e lavoravano a costi bassi di giorno e di notte. 


Nel Seicento papa Innocenzo X decise la costruzione delle Carceri nuove in sostituzione di Corte Savella e delle carceri di Tor di Nona e Borgo. Il monopolio del sistema penale era da sempre in mano alla famiglia dei Savelli, ma le condizioni disumane in cui erano tenuti i prigionieri spinse il papa alla costruzione di una nuova struttura. Il carcere era diviso in una parte maschile, una femminile e anche un'area dedicata ai minorenni. Da questo edificio deriva la denominazione di vicolo della Scimia, dove la parola "scimia" allude ai detenuti che si affacciavano alle sbarre delle finestre proprio come delle scimmie in gabbia. L'edificio fu utilizzato sino al 1883, quando entrò in funzione il Carcere di Regina Coeli dall'altro lato del Tevere. Oggi è sede della Direzione Antimafia e del Museo Criminologico. 


Con la creazione di via Giulia, anche le chiese già esistenti vennero ricostruite e abbellite, come l'antica chiesa di San Biagio della Pagnotta. Secondo la tradizione, nella chiesa è custodita un'importante reliquia, l'osso della gola di San Biagio. Ogni 3 febbraio, giorno dedicato al Santo, i romani si radunavano per la distribuzione di pagnotte benedette da usare per proteggersi dalle malattie della gola. Nel 1826 la chiesa venne affidata alla comunità armena di Santa Egiziaca, perciò oggi è nota anche come San Biagio degli armeni.





La medievale chiesa di Santa Aurea è stata trasformata, nel 1572, nella Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani. E' stata la chiesa nazionale del Regno delle due Sicilie, tant'è che qui furono custoditi, per un breve periodo, i resti dell'ultimo re, Francesco II e di sua moglie Maria Sofia di Baviera.     


L'imponente struttura ottocentesca del Collegio spagnolo chiude al suo interno la chiesa nazionale spagnola di Santa Maria di Monserrato (la facciata prospetta proprio su via di Monserrato). Qui si trova la tomba del papa degli scandali Alessandro VI Borgia. Più volte è stato segnalato il passaggio del suo fantasma avvolto in un maestoso mantello con cappuccio, per coprire il suo aspetto raccapricciante. Mentre era ancora in vita, un frate giurò di aver visto il papa firmare un patto con il diavolo e altri dissero di aver visto sette scimmie nere sorvegliare il suo letto di morte. Quel che è certo, è che alla morte di Alessandro VI il cadavere si gonfiò e annerì, cosicchè furono costretti a spingerlo a calci nella cassa tanto era deforme!      


La vicina chiesa di Santa Caterina da Siena fu voluta dalla comunità senese che sin dal XIV secolo abitava in questa zona nel cosiddetto "castrum senese". Il primo edificio fu costruito nel 1526, in seguito al riconoscimento dell'Arciconfraternita dei Senesi, che ancora oggi la possiede. All'interno sono esposte le bandiere delle contrade che si sfidano nel famoso palio, mentre all'esterno compare lo stemma bianco e nero con la lupa e i due gemelli, simbolo della città. 


Una delle facciate più belle che si può ammirare su via Giulia è sicuramente quella di Palazzo Falconieri. La costruzione risale agli inizi del XVI secolo con la famiglia Ceci, passò poi agli Odescalchi, ai Farnese e, dal 1638, al fiorentino Orazio Falconieri. Fu lui a chiamare a lavorare l'amico Francesco Borromini, con il compito di ampliare il palazzo. Borromini, per celebrare il proprietario, inventò le bellissime erme con busto femminile e testa a forma di falco che si vedono negli angoli. Oggi è sede dell'Accademia di Ungheria, ma nell'Ottocento fu di proprietà del cardinale Fesh che vi ospitò la sorellastra Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone Bonaparte.




A ridosso del palazzo, il prospetto della chiesa dell'Arciconfraternita dell'Orazione e Morte affascina per le sue decorazioni insolite: crani con le ali e clessidre che alludono al tema della morte. Il compito della confraternita, fondata nel 1574, era di raccogliere i cadaveri senza nome nelle campagne e dargli una degna sepoltura. Sulla facciata Settecentesca di Ferdinando Fuga compare anche una particolare insegna marmorea con uno scheletro alato e l'iscrizione "Hodie tihi cras tibi", cioè "Oggi a me, domani a te": un vero e proprio memento mori.




Siamo arrivati davanti al celebre Arco Farnese, ciò che resta del grandioso progetto michelangiolesco di collegare le proprietà dei Farnese sulle due sponde del fiume.




Durante il carnevale, l'Arco diveniva una tribuna per assistere alle corse che si svolgevano lungo la via. Oltre l'arco restano degli edifici bassi cinquecenteschi, detti i Camerini farnesiani, che oggi appartengono all'ambasciata di Francia e, di fronte, il cancello che chiude ciò che resta del vasto giardino del nobile Palazzo Farnese.


La fontana del Mascherone in origine si trovava in fondo alla via, davanti ad un palazzetto voluto da Sisto V nel 1586 e che funzionava da Ospizio dei Mendicanti. Per il suo andamento rettilineo e la presenza di famiglie importanti, lungo via Giulia, si organizzavano spesso corse e feste. Nel 1720, ad esempio, si tenne un gran corteo e una splendida festa, con la via tutta addobbata, per celebrare l'elezione a Gran Maestro del Priorato di Malta del nobile Zondadari: dal tramonto all'alba del giorno dopo dalla fontana sgorgò pregiato vino rosso, per la gioia di tutti i romani!




La fontana fu spostata nel 1903 e il palazzetto abbattuto con l'apertura del Lungotevere, modificando così per sempre l'aspetto cinquecentesco della via.

venerdì 9 novembre 2018

L'Isola Tiberina: storia e leggenda dell'unica isola urbana del Tevere



Una antica leggenda racconta che l'isola si sia formata quando i romani, durante una rivolta nel VI secolo a.C., decisero di gettare i covoni di grano dei Tarquini, odiatissimi re etruschi della città, nel Tevere; questi ultimi si accumularono e dettero vita all'Isola Tiberina, fin dai tempi remoti parte integrante del tessuto urbanistico della città antica.

Lasciando da parte questa affascinante leggenda, vale la pena ricordare che l'Isola ha da sempre una vocazione medica. Chi abita a Roma conosce benissimo l'Ospedale Fatebenefratelli, da secoli istituzione ospedaliera fondata da San Giovanni di Dio stanziata proprio sull'isola, ma pochi sanno che dove ora sorge la chiesa di San Bartolomeo, in epoca romana si trovava un tempio dedicato ad Esculapio, il dio della medicina. Ma perché i romani decisero di costruire proprio qui un tempio?
Ancora una volta una leggenda ci viene in aiuto e ci narra che, durante una terribile peste, i romani consultarono i libri sibillini ed ottennero come risposta di doversi recare in Grecia per prendere un simulacro del dio Esculapio, portarlo a Roma e costruire un tempio. Una volta tornati dal viaggio si interrogarono su dove poter costruire il tempio, ma proprio in quel momento l'enorme serpente di marmo, simulacro del dio preso in Grecia, prese vita e andò a posizionarsi proprio sull'Isola! I romani interpretarono come segno del dio l'evento miracoloso e non solo costruirono il tempio sull'Isola Tiberina, ma dettero a quest'ultima la forma di una nave! Frammenti della prua sono ancora visibili passeggiando lungo la banchina del fiume. 



Nell'anno Mille l'imperatore Ottone III decise di utilizzare parte dei resti del tempio, ormai abbandonato, per realizzare una chiesa dedicata in un primo momento a Sant'Adalberto da Praga, suo amico, in seguito dedicata a San Bartolomeo Apostolo. Una diatriba è ancora in piedi dall'epoca....Ottone portò a Roma i resti del corpo dell'apostolo Bartolomeo, conservati fino a quel momento a Benevento, utilizzando un catino di bronzo ancora oggi conservato lungo la navata destra della chiesa, all'altezza dell'altare che ospita il sarcofago di porfido con le spoglie del santo. Ma anche la cattedrale di Benevento conserva un sarcofago affine con le spoglie del santo...dov'è San Bartolomeo, a Roma o a Benevento? Il dibattito è ancora aperto! Voci che si sono rincorse nei secoli affermano che i beneventani dettero a Roma il corpo di San Paolino da Nola vescovo al posto dell'apostolo ed effettivamente nell'obelisco di fronte alla chiesa tra le statue di San Giovanni di Dio, San Bartolomeo e San Francesco trova posto anche San Paolino! Ai posteri l'ardua sentenza! 😉


Altro evento miracoloso è legato alla chiesetta di San Giovanni Calibita, che ospita al suo interno la cosiddetta “Madonna della Lampada”, affresco ritenuto miracoloso perché nel 1557 secondo la tradizione, trovandosi ancora nella nicchia di origine, vicino al Ponte Quattro Capi, fu coperta dalle acque del Tevere, senza che ne soffrisse il dipinto e si smorzasse la lampada, prodigiosamente rimasta accesa sul posto. In seguito fu staccata e collocata all'interno della chiesa (purtroppo difficilmente visitabile perché accessibile solo per le funzioni religiose!).

Ma non è finita qui! Sull'Isola Tiberina c'è ancora un luogo nascosto e sconosciuto, la sede della Confraternita dei Sacconi Rossi, la "Veneranda confraternita de' devoti di Gesù Cristo al Calvario e di Maria Santissima Addolorata". Fondata nel corso del '700, il loro compito era ripescare i morti dal fiume Tevere e dargli degna sepoltura. Ancora oggi il 2 novembre è possibile assistere alla loro suggestiva processione che si disloca lungo tutta l'Isola Tiberina ed è possibile visitare anche la cripta decorata con le ossa dei morti annegati. 😲


Storia, leggende, curiosità ma anche enogastronomia. Sull'Isola Tiberina c'è la mitica trattoria della "Sora Lella", dove potrete gustare la cucina tipica romana in una atmosfera magica! 😋

martedì 18 settembre 2018

Il Ghetto di Roma: frammenti di storia, arte e vita vissuta

Tra i luoghi più suggestivi della città va annoverato il Ghetto, stretto tra l'imponente mole del Campidoglio e l'Isola Tiberina.

Voluto da papa Paolo IV nel 1555 come dimora obbligatoria per gli ebrei romani, è sempre stato parte integrante della città nel bene e nel male.




La nostra passeggiata inizia da largo 16 ottobre 1943, quando il Ghetto fu teatro del terribile rastrellamento delle truppe nazi-fasciste: di poco più di 1000 persone catturate e deportate, ne tornarono a casa solo 16, 15 uomini e una donna Settimia Spizzichino. Una tragedia assurda, ricordata dalla targa apposta in loco, che si è consumata di fronte alle bellissime vestigia del Portico d'Ottavia. 


Il portico, struttura antica di epoca repubblicana, fu restaurato dall'imperatore Augusto e dedicato a sua sorella Ottavia...pensate che in epoca medievale ospitò addirittura un mercato del pesce! Da qui il nome della chiesetta retrostante "Sant'Angelo in Pescheria". È ancora visibile una lapide con l'iscrizione "CAPITA PISCIUM HOC MARMOREO SCHEMATE LONGITUDINE MAJORUM USQUE AD PRIMAS PINNAS INCLUSIVE CONSERVATORIBUS DANTO" (le teste dei pesci più lunghi di questa lapide, pinne comprese, devono essere date ai Conservatori , cioè agli amministratori civici).


Va tenuto bene in mente, quando si percorrono i vicoli del Ghetto, che questo luogo è stato interessato da una pesante risistemazione urbanistica intorno agli anni 80 dell'800. Come possiamo immaginare il suo aspetto originario e tuffarci nella storia? Semplice! Basta dare uno sguardo alla serie di acquerelli di Ettore Roesler Franz "Roma Sparita" per capire davvero come fosse la quotidianità del Ghetto. Oppure recarsi nell'erboristeria di via della Reginella per ammirare una cartina che mette a confronto la nuova sistemazione urbanistica e quella antica.


La nostra passeggiata continua verso piazza Mattei, dominata dalla piccola mole della famosa fontana delle Tartarughe. Costruita negli anni 80 del '500 dallo scultore fiorentino Landini, fu terminata dall'estro del genio barocco Gian Lorenzo Bernini quasi un secolo dopo, con la realizzazione delle Tartarughe....talmente ammirate da essere state rubate più volte! Ora sono sostituite da copie, le tartarughe originali sono al sicuro nei Musei Capitolini!


Abbassando lo sguardo durante la passeggiata capiterà di imbattersi nelle "Pietre d'Inciampo", vere e proprie installazioni d'arte contemporanea, volute dall'artista tedesco Demnig a partire dalla metà degli anni '90. Semplici e lucidi sampietrini d'ottone che servono a mantenere viva la memoria delle persone comuni, come noi, che morirono a causa della follia nazi-fascista.


Prima di continuare il giro va assolutamente fatta una sosta al mitico forno "Boccione" del Ghetto! Specialità tradizionali della cucina ebraica saranno una piacevole scoperta!

Ultima tappa che vi suggeriamo è la Sinagoga, costruita dagli architetti Costa e Armani nel 1904. Il suo stile assiro-babilonese e la sua decorazione ricca di simboli rappresentano davvero un unicum a Roma.

Il rione Monti: storia e curiosità