lunedì 27 aprile 2020

Ingegneria antica: il Parco degli Acquedotti

Tra i numerosi parchi di Roma, uno è sicuramente unico al mondo. E’ il Parco degli Acquedotti: si trova nel quartiere Appio Claudio, a pochi passi da via Tuscolana, dove si apre un’area di campagna vasta 240 ettari, attraversata da sei degli undici acquedotti costruiti in antichità!


Roma veniva definita la “Regina Aquarum”...la popolazione aveva a disposizione circa 1.000 litri di acqua al giorno per ciascun cittadino. Una quantità enorme, dovuta alla grande abilità costruttiva ed ingegneristica dei romani che li portò a inventare un incredibile sistema. Il primo passo consisteva nell’individuare la sorgente che veniva scelta per la posizione, la temperatura e il sapore dell’acqua. Quindi le acque venivano convogliate in bacini e si iniziava a scavare il tunnel sotterraneo, spesso tortuoso per aggirare le montagne, e con una minima ma costante pendenza. La galleria diventava lo specus, cioè la conduttura, le cui pareti interne erano rivestite di cocciopesto e intonaco per rendere lisce le pareti e permettere all’acqua di scorrere più velocemente assorbendo meno impurità possibili. Per ovviare al differente livello del terreno durante il percorso, soprattutto nei pressi della città dove è decisamente più basso della sorgente, lo specus veniva fatto fuoriuscire dal terreno, sorretto dalle imponenti arcate che garantivano la necessaria pendenza dell’acqua e che rendono queste opere ancora oggi famose in tutto il mondo. 


Proprio all’interno del Parco degli Acquedotti si può vedere affiorare lo specus dalla campagna e innalzarsi sino a quasi trenta metri (nel punto più alto) per consentire all’acqua di arrivare in città con la sola forza acquisita nel suo scorrere naturale. 

Utilizzando l’ingresso al parco all’incrocio tra via Lemonia e via Tito Labieno, il primo acquedotto che si incontra è l’Acqua Marcia (144 - 140 a. C.): blocchi di peperino e tufo giallo e rosso che compongono basse arcate su cui poggia lo specus. Da questo punto, l’acqua percorreva gli ultimi 9km del suo viaggio (lungo ben 91km e iniziato dalle sorgenti del fiume Aniene a Marano Equo) su archi a vista di cui restano poche tracce a causa delle distruzioni cinquecentesche. Costruire acquedotti richiedeva una grande spesa, per questo i romani tendevano a far passare più condutture sullo stesso percorso. Sui blocchi di pietra dell’Acqua Marcia infatti si vedono file di mattoni corrispondenti ad altri due acquedotti: l’Acqua Tepula (125 a. C.) e l’Acqua Julia (33 a. C.) provenienti entrambi da sorgenti sul Monte Tuscolo, con percorso parallelo sino alle piscine limarie della zona di Capannelle e poi sovrapposti per sfruttare le arcate dell’Acqua Marcia. Più avanti, nel parco, si conserva anche una cisterna, che era alimentata da questo acquedotto, ad uso privato della vicina Villa delle Vignacce di Quinto Servilio Pudente (II secolo d. C.).


Delle scalette consentono di scavalcare l’acquedotto e, da qui, spiccano gli imponenti resti di un’altra opera, l’Acquedotto Claudio.


Con l’avvento dell’Impero, l’acqua divenne fondamentale per abbellire e rinfrescare le ricche dimore aristocratiche. Ne servì sempre di più e con Ottaviano Augusto vennero costruiti ben tre acquedotti (Julia, Vergine e Alsietina) e fu lo stesso imperatore ad affidare al suo braccio destro Marco Agrippa il ruolo di curator aquarum, magistrato responsabile dell’apparato idrico cittadino. Dopo di lui fu il discusso Caligola a iniziare la costruzione di altri due acquedotti, conclusi dal successore Claudio nel 52 d. C.. Le imponenti arcate del Parco sono proprio quelle dell’Acqua Claudia, a cui si sovrappone lo specus dell’Anio Novus la cui acqua passava a circa un metro sopra il precedente. 


L’Anio Novus veniva detto così per distinguerlo da un più antico acquedotto, l’Anio Vetus (272 - 269 a. C.), il cui percorso era totalmente sotterraneo e le cui tracce sono state individuate sotto via Lemonia. L’acqua veniva presa dal fiume Aniene, ma ad altezze diverse. Solo nella zona di Capannelle i due specus dell’Acqua Claudia e dell’Anio Novus si sovrapponevano percorrendo quasi 14km sugli archi, sino all’Esquilino, a Porta Maggiore. 
Se vi capita di passare con calma nei pressi di quello che oggi è diventato uno snodo del traffico romano, potrete notare le due condutture che corrono proprio sopra gli archi della Porta. Questo era il punto da cui i nostri acquedotti entravano in città. A ben vedere, poco oltre si notano altri archi, quelli dell’Acqua Marcia con gli specus della Tepula e della Julia. Da qui l’acqua procedeva verso il resto della città, raggiungendo gli altri colli, come il Viminale o il Palatino, destinata alle residenze imperiali e aristocratiche, ma anche alle numerose fontane pubbliche.

Nel corso dei secoli queste opere dell’ingegneria romana sono andate in gran parte perdute a causa della mancanza di manutenzione ma soprattutto delle distruzioni ad opera dei barbari e dei papi. Nel 539 i Goti di Vitige, giunti alle porte di Roma, crearono il loro accampamento, noto come Campo barbarico, nel triangolo di terra definito dai due incroci dell’Acqua Claudia e della Marcia. Per costringere la popolazione alla resa decisero di privarla proprio dell’acqua tagliando i due acquedotti. Da quel momento iniziò la decadenza delle strutture. L’Aqua Claudia fu restaurata nel medioevo ma la portata d’acqua ormai non era più quella di epoca imperiale. L’Aqua Marcia invece subì un destino ancora più crudele: nella fine del cinquecento papa Sisto V fece costruire un acquedotto facendolo passare sullo stesso percorso di quello antico. L’acqua però arrivava ad un livello inferiore e il papa non ebbe nessuna remora a far distruggere quelle “inutili anticaglie” per recuperare materiali e far spazio alla sua Acqua Felice.

Passeggiando nel parco, noterete una sorta di fiumiciattolo che scorre in un fosso artificiale. In realtà questo era un acquedotto a cielo aperto, l’Acqua Marana o Mariana, realizzato per volere di papa Callisto II nel 1122 per aiutare i contadini ad irrigare i campi. L’acqua attraversava la città per sfociare nel Tevere, alimentando anche il mulino della Torre della Moletta all’interno del Circo Massimo. Curiosità: il termine “marrana” con cui si indicano piccoli corsi d’acqua deriva proprio da questo acquedotto. 


Il corso attuale non è più quello originale. Dal 1957 l’acqua è stata fatta confluire nel fiume Almone che attraversa il Parco della Caffarella e, a seguito di interventi voluti dall’Ente Parco Regionale dell’Appia Antica, dal 2011 il suo percorso è stato deviato ulteriormente. Gli scavi nel fossato hanno portato alla luce i basoli dell’antica via Latina, arricchendo il Parco degli Acquedotti di un altro tassello della storia di Roma.

lunedì 23 marzo 2020

Le strade di Roma: Via Giulia

Sulla riva sinistra del Tevere papa Giulio II volle l’apertura di una strada che mettesse in comunicazione il Vaticano con uno dei quartieri più popolosi della città, in cui aveva deciso di creare un nuovo “polo” amministrativo. Un’area già caratterizzata dal palazzo della Cancelleria e dal nuovo Palazzo della Zecca, e che avrebbe dovuto ospitare anche un nuovo palazzo del Tribunale, creando così una zona sotto il controllo dello Stato e dal forte richiamo per gli affari delle famiglie romane e non.
L’ambizioso progetto fu affidato da Giulio II al suo architetto di fiducia, l’urbinate Donato Bramante. I lavori iniziarono nel 1508 e andarono avanti sino alla morte del pontefice, al quale fu dedicata con il nome di “Julia”, cioè Via Giulia. Purtroppo l’idea grandiosa del papa si mostrò difficile da essere realizzata, visti i contemporanei cantieri della Basilica di San Pietro e della Cappella Sistina che richiesero grandi spese, e a causa della morte dei due protagonisti. Bramante riuscì solo a tracciare la via e ad iniziare la costruzione della Curia, rimasta al livello delle fondamenta. Ancora oggi, dell’opera mai conclusa, restano delle tracce ben visibili e note come i Sofà di Via Giulia: blocchi di pietra piuttosto sporgenti utilizzati come panchine che deliziano la vista e il riposo di chi attraversa questa prestigiosa via.



Via Giulia è una strada lunga ben 1km e attraversa due rioni, Ponte e Regola! Non divenne mai un polo amministrativo ma tanti artisti e famiglie decisero di acquistare terreni per la costruzione dei loro palazzi gentilizi. Soprattutto divenne sede delle comunità toscane della città, fiorentini e senesi che svolgevano i loro affari proprio qui e nella vicina via dei Banchi Nuovi. 




Partendo da piazza dell’Oro, su cui si affaccia la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, si incontra un palazzo quattrocentesco noto come la Casa dei Fiorentini. Fu il papa a regalarlo alla Confraternita dei Fiorentini. Durante il suo soggiorno romano anche Leonardo Da Vinci decise di iscriversi alla Confraternita in modo da avere assicurata sepoltura e funerale in caso di morte, ma presto ne venne allontanato: non pagò regolarmente la tassa di iscrizione!
Procedendo, attira l’attenzione la facciata al n.85, dove compare la scritta ottocentesca “Possedeva Raf. Sanzio nel MDXX”. Generalmente si definisce come la Casa di Raffaello, ma in realtà il celebre pittore non vi ha mai abitato: possedeva in zona solo dei terreni, tra cui quello su cui questo palazzetto fu costruito, dopo la sua morte.    
Anche altri artisti costruirono lungo via Giulia le loro residenze, come Antonio da Sangallo il Giovane, proprietario dell'attuale Palazzo Sacchetti e lo scultore Guglielmo Della Porta che abitava al n. 163 (attuale Palazzo Cisterna). Francesco Borromini concluse la sua vita irrequieta suicidandosi nella casa di vicolo Orbitelli, nel 1667. L'orafo Benvenuto Cellini, invece, aveva la sua bottega nel vicino vicolo che da lui prenderà il nome nel XVI secolo. Sino ad allora vicolo Cellini era noto come vicolo Calabraghe, cioè "calar le braghe" a causa delle cortigiane che qui abitavano e lavoravano a costi bassi di giorno e di notte. 


Nel Seicento papa Innocenzo X decise la costruzione delle Carceri nuove in sostituzione di Corte Savella e delle carceri di Tor di Nona e Borgo. Il monopolio del sistema penale era da sempre in mano alla famiglia dei Savelli, ma le condizioni disumane in cui erano tenuti i prigionieri spinse il papa alla costruzione di una nuova struttura. Il carcere era diviso in una parte maschile, una femminile e anche un'area dedicata ai minorenni. Da questo edificio deriva la denominazione di vicolo della Scimia, dove la parola "scimia" allude ai detenuti che si affacciavano alle sbarre delle finestre proprio come delle scimmie in gabbia. L'edificio fu utilizzato sino al 1883, quando entrò in funzione il Carcere di Regina Coeli dall'altro lato del Tevere. Oggi è sede della Direzione Antimafia e del Museo Criminologico. 


Con la creazione di via Giulia, anche le chiese già esistenti vennero ricostruite e abbellite, come l'antica chiesa di San Biagio della Pagnotta. Secondo la tradizione, nella chiesa è custodita un'importante reliquia, l'osso della gola di San Biagio. Ogni 3 febbraio, giorno dedicato al Santo, i romani si radunavano per la distribuzione di pagnotte benedette da usare per proteggersi dalle malattie della gola. Nel 1826 la chiesa venne affidata alla comunità armena di Santa Egiziaca, perciò oggi è nota anche come San Biagio degli armeni.





La medievale chiesa di Santa Aurea è stata trasformata, nel 1572, nella Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani. E' stata la chiesa nazionale del Regno delle due Sicilie, tant'è che qui furono custoditi, per un breve periodo, i resti dell'ultimo re, Francesco II e di sua moglie Maria Sofia di Baviera.     


L'imponente struttura ottocentesca del Collegio spagnolo chiude al suo interno la chiesa nazionale spagnola di Santa Maria di Monserrato (la facciata prospetta proprio su via di Monserrato). Qui si trova la tomba del papa degli scandali Alessandro VI Borgia. Più volte è stato segnalato il passaggio del suo fantasma avvolto in un maestoso mantello con cappuccio, per coprire il suo aspetto raccapricciante. Mentre era ancora in vita, un frate giurò di aver visto il papa firmare un patto con il diavolo e altri dissero di aver visto sette scimmie nere sorvegliare il suo letto di morte. Quel che è certo, è che alla morte di Alessandro VI il cadavere si gonfiò e annerì, cosicchè furono costretti a spingerlo a calci nella cassa tanto era deforme!      


La vicina chiesa di Santa Caterina da Siena fu voluta dalla comunità senese che sin dal XIV secolo abitava in questa zona nel cosiddetto "castrum senese". Il primo edificio fu costruito nel 1526, in seguito al riconoscimento dell'Arciconfraternita dei Senesi, che ancora oggi la possiede. All'interno sono esposte le bandiere delle contrade che si sfidano nel famoso palio, mentre all'esterno compare lo stemma bianco e nero con la lupa e i due gemelli, simbolo della città. 


Una delle facciate più belle che si può ammirare su via Giulia è sicuramente quella di Palazzo Falconieri. La costruzione risale agli inizi del XVI secolo con la famiglia Ceci, passò poi agli Odescalchi, ai Farnese e, dal 1638, al fiorentino Orazio Falconieri. Fu lui a chiamare a lavorare l'amico Francesco Borromini, con il compito di ampliare il palazzo. Borromini, per celebrare il proprietario, inventò le bellissime erme con busto femminile e testa a forma di falco che si vedono negli angoli. Oggi è sede dell'Accademia di Ungheria, ma nell'Ottocento fu di proprietà del cardinale Fesh che vi ospitò la sorellastra Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone Bonaparte.




A ridosso del palazzo, il prospetto della chiesa dell'Arciconfraternita dell'Orazione e Morte affascina per le sue decorazioni insolite: crani con le ali e clessidre che alludono al tema della morte. Il compito della confraternita, fondata nel 1574, era di raccogliere i cadaveri senza nome nelle campagne e dargli una degna sepoltura. Sulla facciata Settecentesca di Ferdinando Fuga compare anche una particolare insegna marmorea con uno scheletro alato e l'iscrizione "Hodie tihi cras tibi", cioè "Oggi a me, domani a te": un vero e proprio memento mori.




Siamo arrivati davanti al celebre Arco Farnese, ciò che resta del grandioso progetto michelangiolesco di collegare le proprietà dei Farnese sulle due sponde del fiume.




Durante il carnevale, l'Arco diveniva una tribuna per assistere alle corse che si svolgevano lungo la via. Oltre l'arco restano degli edifici bassi cinquecenteschi, detti i Camerini farnesiani, che oggi appartengono all'ambasciata di Francia e, di fronte, il cancello che chiude ciò che resta del vasto giardino del nobile Palazzo Farnese.


La fontana del Mascherone in origine si trovava in fondo alla via, davanti ad un palazzetto voluto da Sisto V nel 1586 e che funzionava da Ospizio dei Mendicanti. Per il suo andamento rettilineo e la presenza di famiglie importanti, lungo via Giulia, si organizzavano spesso corse e feste. Nel 1720, ad esempio, si tenne un gran corteo e una splendida festa, con la via tutta addobbata, per celebrare l'elezione a Gran Maestro del Priorato di Malta del nobile Zondadari: dal tramonto all'alba del giorno dopo dalla fontana sgorgò pregiato vino rosso, per la gioia di tutti i romani!




La fontana fu spostata nel 1903 e il palazzetto abbattuto con l'apertura del Lungotevere, modificando così per sempre l'aspetto cinquecentesco della via.

venerdì 9 novembre 2018

L'Isola Tiberina: storia e leggenda dell'unica isola urbana del Tevere



Una antica leggenda racconta che l'isola si sia formata quando i romani, durante una rivolta nel VI secolo a.C., decisero di gettare i covoni di grano dei Tarquini, odiatissimi re etruschi della città, nel Tevere; questi ultimi si accumularono e dettero vita all'Isola Tiberina, fin dai tempi remoti parte integrante del tessuto urbanistico della città antica.

Lasciando da parte questa affascinante leggenda, vale la pena ricordare che l'Isola ha da sempre una vocazione medica. Chi abita a Roma conosce benissimo l'Ospedale Fatebenefratelli, da secoli istituzione ospedaliera fondata da San Giovanni di Dio stanziata proprio sull'isola, ma pochi sanno che dove ora sorge la chiesa di San Bartolomeo, in epoca romana si trovava un tempio dedicato ad Esculapio, il dio della medicina. Ma perché i romani decisero di costruire proprio qui un tempio?
Ancora una volta una leggenda ci viene in aiuto e ci narra che, durante una terribile peste, i romani consultarono i libri sibillini ed ottennero come risposta di doversi recare in Grecia per prendere un simulacro del dio Esculapio, portarlo a Roma e costruire un tempio. Una volta tornati dal viaggio si interrogarono su dove poter costruire il tempio, ma proprio in quel momento l'enorme serpente di marmo, simulacro del dio preso in Grecia, prese vita e andò a posizionarsi proprio sull'Isola! I romani interpretarono come segno del dio l'evento miracoloso e non solo costruirono il tempio sull'Isola Tiberina, ma dettero a quest'ultima la forma di una nave! Frammenti della prua sono ancora visibili passeggiando lungo la banchina del fiume. 



Nell'anno Mille l'imperatore Ottone III decise di utilizzare parte dei resti del tempio, ormai abbandonato, per realizzare una chiesa dedicata in un primo momento a Sant'Adalberto da Praga, suo amico, in seguito dedicata a San Bartolomeo Apostolo. Una diatriba è ancora in piedi dall'epoca....Ottone portò a Roma i resti del corpo dell'apostolo Bartolomeo, conservati fino a quel momento a Benevento, utilizzando un catino di bronzo ancora oggi conservato lungo la navata destra della chiesa, all'altezza dell'altare che ospita il sarcofago di porfido con le spoglie del santo. Ma anche la cattedrale di Benevento conserva un sarcofago affine con le spoglie del santo...dov'è San Bartolomeo, a Roma o a Benevento? Il dibattito è ancora aperto! Voci che si sono rincorse nei secoli affermano che i beneventani dettero a Roma il corpo di San Paolino da Nola vescovo al posto dell'apostolo ed effettivamente nell'obelisco di fronte alla chiesa tra le statue di San Giovanni di Dio, San Bartolomeo e San Francesco trova posto anche San Paolino! Ai posteri l'ardua sentenza! 😉


Altro evento miracoloso è legato alla chiesetta di San Giovanni Calibita, che ospita al suo interno la cosiddetta “Madonna della Lampada”, affresco ritenuto miracoloso perché nel 1557 secondo la tradizione, trovandosi ancora nella nicchia di origine, vicino al Ponte Quattro Capi, fu coperta dalle acque del Tevere, senza che ne soffrisse il dipinto e si smorzasse la lampada, prodigiosamente rimasta accesa sul posto. In seguito fu staccata e collocata all'interno della chiesa (purtroppo difficilmente visitabile perché accessibile solo per le funzioni religiose!).

Ma non è finita qui! Sull'Isola Tiberina c'è ancora un luogo nascosto e sconosciuto, la sede della Confraternita dei Sacconi Rossi, la "Veneranda confraternita de' devoti di Gesù Cristo al Calvario e di Maria Santissima Addolorata". Fondata nel corso del '700, il loro compito era ripescare i morti dal fiume Tevere e dargli degna sepoltura. Ancora oggi il 2 novembre è possibile assistere alla loro suggestiva processione che si disloca lungo tutta l'Isola Tiberina ed è possibile visitare anche la cripta decorata con le ossa dei morti annegati. 😲


Storia, leggende, curiosità ma anche enogastronomia. Sull'Isola Tiberina c'è la mitica trattoria della "Sora Lella", dove potrete gustare la cucina tipica romana in una atmosfera magica! 😋

lunedì 24 settembre 2018

Una gita a Frascati tra storia e folklore


Quando i romani parlano di gita domenicale fuori porta c’è solo un luogo che salta immediatamente alla mente: Frascati.

Il suo caratteristico centro storico, ma soprattutto la straordinaria posizione panoramica che domina la Campagna Romana, affascina visitatori di oggi come quelli del passato. Il grande Goethe, nel suo viaggio in Italia, così ce ne parla: “Il paese è situato sopra una collina, o meglio sul declivo di un monte, e a ogni passo si offrono al disegnatore dei soggetti stupendi. Il panorama è sterminato: si vede Roma nel piano, e da lungi il mare, a destra i monti di Tivoli e cosi via”. 

Frascati è da sempre meta di gite ma il grande afflusso ci fu quando venne realizzata, nel 1849, la ferrovia: i romani presero d’assalto il piccolo centro dei Castelli Romani facendo aumentare il numero di fraschette e osterie!! Il celebre vino di Frascati scorreva a litri nelle tavole tanto che l’ultimo convoglio della linea ferroviaria di ritorno a Roma venne ribattezzato il treno toppa, ovvero della sbornia!

A differenza degli altri paesi dei Castelli Romani, Frascati nasce solo nel medioevo sulle rovine di un’antica villa romana. Il suo splendore ci fu con il Rinascimento: le più illustri e facoltose famiglie nobiliari scelsero questo luogo per l’edificazione delle loro splendide ville extra-urbane. In effetti, quando si giunge a Frascati in Piazza Marconi il nostro sguardo è catturato dell’elegante e imponente Villa Aldobrandini, una delle dodici Ville Tuscolane. L’immensa dimora fu residenza estiva del cardinale Pietro Aldobrandini, amato nipote di papa Clemente VIII, e resta tutt’ora proprietà della famiglia, pertanto non è accessibile al pubblico fatta eccezione per il giardino e il teatro della acque.

Ma entriamo adesso nel suggestivo centro storico: il cuore religioso di Frascati è la Cattedrale di San Pietro, al cui interno stupirà la presenza della lapide sepolcrale di un reale inglese, Carlo Edoardo Stuart, morto nel 1778.
Continuando a percorrere i vicoli ci si troverà in Piazza Paolo III dove si erge la severa Rocca quattrocentesca, usata come palazzo vescovile. Guardando oltre però si può ammirare uno splendido campanile del Trecento a indicare la presenza della più antica chiesa di Frascati. Santa Maria in Vivario sorge in effetti sui resti della villa romana e fu la prima cattedrale di Frascati. È anche detta chiesa di San Rocco per il miracoloso ritrovamento delle immagini dei SS. Rocco e Sebastiano che salvarono la città dalla peste del 1656.

Ma una vera passeggiata a Frascati non può ritenersi finita senza aver assaggiato i prodotti tipici dello storico Forno Ceralli. Da quattro generazioni la famiglia Ceralli sforna pane, pizza e dolci della tradizione.  È vietato uscire senza aver acquistato la Pupazza: è senza dubbio il re dei dolci di Frascati e raffigura una balia con tre seni: secondo la tradizione il seno finto conteneva buon vino e serviva a calmare anche i bambini più irrequieti!




martedì 18 settembre 2018

Il Ghetto di Roma: frammenti di storia, arte e vita vissuta

Tra i luoghi più suggestivi della città va annoverato il Ghetto, stretto tra l'imponente mole del Campidoglio e l'Isola Tiberina.

Voluto da papa Paolo IV nel 1555 come dimora obbligatoria per gli ebrei romani, è sempre stato parte integrante della città nel bene e nel male.




La nostra passeggiata inizia da largo 16 ottobre 1943, quando il Ghetto fu teatro del terribile rastrellamento delle truppe nazi-fasciste: di poco più di 1000 persone catturate e deportate, ne tornarono a casa solo 16, 15 uomini e una donna Settimia Spizzichino. Una tragedia assurda, ricordata dalla targa apposta in loco, che si è consumata di fronte alle bellissime vestigia del Portico d'Ottavia. 


Il portico, struttura antica di epoca repubblicana, fu restaurato dall'imperatore Augusto e dedicato a sua sorella Ottavia...pensate che in epoca medievale ospitò addirittura un mercato del pesce! Da qui il nome della chiesetta retrostante "Sant'Angelo in Pescheria". È ancora visibile una lapide con l'iscrizione "CAPITA PISCIUM HOC MARMOREO SCHEMATE LONGITUDINE MAJORUM USQUE AD PRIMAS PINNAS INCLUSIVE CONSERVATORIBUS DANTO" (le teste dei pesci più lunghi di questa lapide, pinne comprese, devono essere date ai Conservatori , cioè agli amministratori civici).


Va tenuto bene in mente, quando si percorrono i vicoli del Ghetto, che questo luogo è stato interessato da una pesante risistemazione urbanistica intorno agli anni 80 dell'800. Come possiamo immaginare il suo aspetto originario e tuffarci nella storia? Semplice! Basta dare uno sguardo alla serie di acquerelli di Ettore Roesler Franz "Roma Sparita" per capire davvero come fosse la quotidianità del Ghetto. Oppure recarsi nell'erboristeria di via della Reginella per ammirare una cartina che mette a confronto la nuova sistemazione urbanistica e quella antica.


La nostra passeggiata continua verso piazza Mattei, dominata dalla piccola mole della famosa fontana delle Tartarughe. Costruita negli anni 80 del '500 dallo scultore fiorentino Landini, fu terminata dall'estro del genio barocco Gian Lorenzo Bernini quasi un secolo dopo, con la realizzazione delle Tartarughe....talmente ammirate da essere state rubate più volte! Ora sono sostituite da copie, le tartarughe originali sono al sicuro nei Musei Capitolini!


Abbassando lo sguardo durante la passeggiata capiterà di imbattersi nelle "Pietre d'Inciampo", vere e proprie installazioni d'arte contemporanea, volute dall'artista tedesco Demnig a partire dalla metà degli anni '90. Semplici e lucidi sampietrini d'ottone che servono a mantenere viva la memoria delle persone comuni, come noi, che morirono a causa della follia nazi-fascista.


Prima di continuare il giro va assolutamente fatta una sosta al mitico forno "Boccione" del Ghetto! Specialità tradizionali della cucina ebraica saranno una piacevole scoperta!

Ultima tappa che vi suggeriamo è la Sinagoga, costruita dagli architetti Costa e Armani nel 1904. Il suo stile assiro-babilonese e la sua decorazione ricca di simboli rappresentano davvero un unicum a Roma.

giovedì 13 settembre 2018

Roma nascosta: il magico quartiere Coppedè

Roma è sicuramente una città che non finisce mai di stupire per la bellezza dei suoi monumenti, dei suoi ruderi e delle splendide viste. Ma non solo..ci sono zone della città altrettanto interessanti ma meno conosciute dai turisti di passaggio, da cercare fuori dal centro e dai soliti percorsi.
Il quartiere Coppedé è sicuramente tra questi. Una serie di 26 palazzine e 17 villini che consentono di immergersi in una realtà parallela, fiabesca e misteriosa.
Ci troviamo all'interno del più ampio quartiere Trieste, tra le vie Salaria e Nomentana, dove tra il 1915 e 1927 Gino Coppedè creò il suo capolavoro.


Un architetto fiorentino, classe 1866, che dopo aver fatto fortuna ristrutturando e costruendo villini in stile eclettico e liberty a Genova e dintorni (vedi Castello Mackenzie), ebbe l'opportunità di lavorare a Roma grazie alla ditta Società Anonima Edilizia Moderna dei fratelli Cerruti.
Roma con la sua storia e con i suoi stili - dall'antico al rinascimentale, dal barocco al moderno - costituì una fonte inesauribile di spunti per la vivace immaginazione di Gino Coppedè che riuscì a dar vita ad uno stile unico che non trova riscontro in nessun altro luogo e che da lui prenderà il nome, lo stile Coppedè. Non solo, le facciate dei suoi edifici sono piene di decorazioni simboliche: a saperle leggere la visita nel quartiere diventa qualcosa di più, un vero e proprio viaggio iniziatico nella massoneria.


Così si accede al quartiere attraversando un imponente arcone ribassato affiancato da due torrette, sotto al quale pende un lampadario che oltre a dar l'idea di entrare in luogo chiuso simbolizza la luce che l'iniziato troverà al termine del suo viaggio, al quale viene introdotto anche dalle immagini dei galli sulle inferriate delle finestre.


Si raggiunge Piazza Mincio, cuore del quartiere, che come la maggior parte delle piazze romane è decorata da una fontana, detta delle Rane, pensata come omaggio a Gian Lorenzo Bernini e alla sua Fontana delle Tartarughe di piazza Mattei. Nel 1965 dopo un concerto tenuto nel vicino Piper, si racconta che i Beatles fecero un bagno proprio in questa fontana...senza multa!


Sulla piazza si affacciano gli edifici principali: quello "barocco" degli Ambasciatori, quello d'ispirazione cinematografica dedicato agli Ospiti,
il palazzo del Ragno con la bellissima vetrata in stile Art decò, dedicato al lavoro, e il meraviglioso Villino delle Fate. Se fate una passeggiata serale vi capiterà di vedere il Villino illuminato: tre luci colorate diverse per tre appartamenti le cui facciate sono stracolme di dipinti che celebrano le città principali d'Italia: Firenze (Fiorenza bella), Venezia con il leone di San Marco e Roma con Lupa.
Inoltrandovi nel quartiere, camminando su via Brenta, via Ombrone, sino a Corso Trieste avrete modo di giocare a una vera e propria caccia al villino Coppedè, alla ricerca di facciate decorate con scudi e cavalieri d'ispirazione medievale, ma anche torrette, lampadari e fantasiosi comignoli a forma di casetta che costituiscono la firma del nostro architetto.

Una curiosità: l'atmosfera magica e misteriosa del quartiere lo ha reso adatto a far da sfondo a diversi film, tra i quali Inferno e L'uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento, che lo ha anche scelto come sua residenza.



domenica 9 settembre 2018

Passeggiando a Trastevere...dove romanità verace e storia si incontrano!

Quante volte parlando con gli amici avete avuto l'idea di fare una passeggiata a Trastevere? Magari a luglio, quando il rione si anima per la folkloristica "Festa de' noantri" e le rive del fiume si popolano di bancarelle e bistrot in occasione della manifestazione "Lungo il Tevere".


Ma pochi sanno che Trastevere è il rione più esteso di Roma e passeggiando per i suoi vicoli più nascosti si possono scovare dei veri e propri tesori!

Inizieremo la nostra passeggiata da piazza in Piscinula...tra sacro e profano! La chiesetta di San Benedetto, col suo campanile da guinness (il più piccolo di Roma!) che permette un tuffo nel passato rivelandosi uno scrigno intatto del periodo medievale. Non lasciatevi ingannare dalla facciata moderna 😉!

Di fronte alla chiesa si staglia in tutta la sua imponenza Palazzo Mattei, della nobile famiglia romana, che nell'800 ospitava al piano terra la Locanda delle "sciacquette", in dialetto romanesco ragazze di facili costumi...che oltre al vino erano disposte a offrire anche un bel dopo cena all'avventore!

Incamminandoci in via della Lungaretta si trovano luoghi magnifici, come la basilica di San Crisogono coi suoi antichi sotterranei e il suo singolare campanile a punta, uno dei simboli di Trastevere, la chiesa di Sant'Agata casa della Madonna de Noantri e di tutti i suoi meravigliosi vestiti e gioielli, ma anche personaggi specchio della romanità: Giuseppe Gioacchino Belli, poeta e voce del popolo romano, che ci saluta all'imbocco di Viale Trastevere!


Proseguiamo su via della Lungaretta fino ad arrivare di fronte alla bellissima basilica di Santa Maria in Trastevere, cuore religioso del Rione, dove si possono ammirare, tra le altre cose, i meravigliosi mosaici della facciata appena restaurata e il ciclo di mosaici di Pietro Cavallini nell'abside.





La retrostante piazza Sant'Egidio, sede dell'omonima comunità, ospita il Museo di Roma in Trastevere, piccolo museo comunale conosciuto soprattutto come spazio espositivo per mostre temporanee, ma vero custode delle tradizioni e dei costumi della Roma che fu. Basta salire al secondo piano per scoprire una parte degli acquerelli della serie di Roma Sparita, realizzati sul finire dell'800 da Ettore Roesler Franz, che ci mostrano una Roma che non c'è più 😲.

Vi è venuta voglia di approfondire la conoscenza di Trastevere con la sua storia, i suoi aneddoti e le sue curiosità? Fatelo con noi! http://www.romaadhoc.it/calendario/trastevere-insolito-storia-folklore/






Terminiamo la nostra passeggiata a Piazza Trilussa, cuore della movida e punto di incontro per i giovani che si apprestano a vivere il rione di notte. Oltre alla pittoresca fontana del '500, in un lato nascosto della piazza c'è la statua di Trilussa, al secolo Carlo Alberto Salustri, baluardo della poesia satirica dialettale, erede di Giuseppe Gioacchino Belli.

"Mentre me leggo er solito giornale spaparacchiato all'ombra d'un pajaro, vedo un porco e je dico: - Addio, majale! vedo un ciuccio e je dico: - Addio, somaro! Forse 'ste bestie nun me capiranno, ma provo armeno la soddisfazzione de poté dì le cose come stanno senza paura de finì in priggione"

Se la passeggiata vi ha messo un certo appetito vi segnaliamo la pizzeria a taglio "La Boccaccia" in via di Santa Dorotea 2, a pochi passi da piazza Trilussa 😋.




Il rione Monti: storia e curiosità